In viaggio con Amina, dal Marocco all’Italia per ritrovare la sua luce

L’avventura di uno scrittore che durante un soggiorno nel Paese nordafricano conosce una giovane piena di sogni e si dedica ad aprirle un futuro in Italia. Scoprendo che quasi nulla è come aveva pensato
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June 27, 2026
In viaggio con Amina, dal Marocco all’Italia per ritrovare la sua luce
Amina nel suo locale a Fez, in Marocco. Comincia da questo posto la sua avventura
Di giorno c’è un gran sole a Fez ma la sera pioviggina, perciò siedi sempre lì, a due passi dal tuo alloggio. Ti incuriosisce quella ragazza minuta e aggraziata, che non porta il velo e gestisce da sola il piccolo ristorante, cucina e servizio ai tavoli. Pelle bruna e luminosa, occhi da cerbiatto sotto le sopracciglia folte, un bel sorriso mentre ti serve il tajine, e nel piegarsi in avanti fa ballare due trecce sottili.
Un po’ alla volta gli altri clienti se ne vanno, dopo averti servito il tè alla menta lei rimane lì in piedi a guardare la pioggia e scambiate qualche parola. Si chiama Amina e ha diciannove anni. L’inglese ha dovuto studiarlo in fretta per prendere questo lavoro, parla meglio il francese imparato a scuola. Non ha mai lasciato Fez, non ha mai visto il mare, eppure ha la disinvoltura di una che sa come va il mondo.
La sera dopo apprendi altre cose di lei. A causa della morte di suo padre, cinque anni fa, ha dovuto lasciare la scuola. Lavora dodici ore al giorno per 1.000 dirham al mese, l’equivalente di 100 euro, ma se non è soddisfatto degli incassi il boss – come lo chiama lei – la paga anche meno. Dici che non ti sembra giusto e si limita ad alzare le spalle. Ti complimenti per la sua serenità e risponde gioiosa “Penso che se sorrido alla vita, prima o poi lei sorriderà a me”. Frase che può suonare scontata, ma come la dice lei non lo è. Aggiunge che vorrebbe venire a lavorare in Italia ma è molto difficile, occorre un datore di lavoro che ti assuma e ti mandi il contratto. Qualcuno chiede soldi, una sua cugina ha pagato 7mila euro, ma lei non li ha. Quando le dici che al tuo ritorno proverai a informarti rimane zitta, ma il suo viso si illumina.
L’ultima sera proponi di scattarle una foto davanti al ristorante. Lei si mette in posa, impettita e sorridente, e sembra dire “Assumetemi!”, con lo sguardo di un cucciolo che spera di essere adottato.
Scambiate qualche messaggio e ti chiede se potresti darle lezioni di italiano, la sera dopo il lavoro. Così in videochiamata pronunci parole e frasette in inglese, poi traduci, e Amina ripete. Quando le riesce bene batte le mani, gira su sé stessa con dei piccoli inchini in stile arlecchino goldoniano, facendo ballare le treccine.
Intanto chiedi in giro per ipotesi di lavoro. Gli esiti sono scoraggianti ma insisti. Ti pare che non farlo sarebbe omissione di soccorso. Poi per una specie di miracolo trovi un ristoratore che in cucina ha già due ragazze marocchine e prenderebbe anche lei. Quando le dai la notizia Amina batte a lungo le mani e fa le sue piroette di gioia, ma le incognite sono tante.
Dopo che il ristoratore ha presentato la domanda resta da vedere se la ragazza entrerà nelle quote previste per l’arrivo di lavoratori stranieri. Va aggiunto un domicilio e offri il tuo, ma occorre un certificato di idoneità abitativa e una spinosa pratica in Comune. Poi c’è solo da aspettare, non si sa quanto.
Passano settimane, mesi, un anno. Finalmente il ristoratore ti chiama e pare che ci siamo, ma non è finita. Amina deve richiedere il visto, andare più volte al Consolato di Rabat, pagare somme molto onerose per lei, alcune sottobanco. Poi si prepara a partire, e pensi che abbia un coraggio da leone a venire da sola in un Paese straniero, a fidarsi ciecamente di un uomo che ha visto per poche ore
Arriva con due grandi valigie nuove di zecca. Prima volta che sale su un aereo, ma non sembra emozionata, e anche nel viaggio in autostrada ostenta noncuranza. Forse per orgoglio non vuole far capire come tutto sia inedito per lei. Con la stesso atteggiamento si sistema nella tua mansarda, e dal mattino dopo si lascia guidare nell’iter dei documenti.
La burocrazia mostra il suo volto peggiore con una giovane marocchina. Codice fiscale e carta di identità, uffici comunali, Agenzia delle entrate e Questura: la giusta sequenza è un rebus. Niente conto corrente bancario senza permesso di soggiorno, ed è solo l’inizio. Intanto la accompagni dal ristoratore, le dai qualche coordinata su quartiere e servizi.
Il pomeriggio del giorno dopo bussa alla tua porta. Vorrebbe uscire ed è venuta a chiederti il permesso. Quando rispondi che è libera di andare e venire come le pare ti guarda smarrita, ti abbraccia come potrebbe fare una bambina, con una mite espressione di obbedienza.
Comincia a lavorare e la sua giornata libera è dedicata ai documenti. Permessi e scadenze hanno tempistiche incongrue, c’è il rischio che possa ritrovarsi in una condizione di clandestina, ma nemmeno questo la agita. Sembri preoccupato più tu di lei, soprattutto perché continui a vederla assente, seria e silenziosa. Ti dici che è appena arrivata, lo sbalzo è stato grande ed è normale che sia disorientata. Le domandi se ha nostalgia di casa, se ha dovuto lasciare anche un boyfriend. “No, no, mio fratello mi ucciderebbe” risponde scandalizzata, e non sembra solo un modo di dire.
Ha smesso di sorridere. Nei suoi occhi non c’è più la sua gioia che aveva a Fez. Le domandi come va al ristorante e risponde “Tutto bene”, ma la voce è spenta. Lavora metà ore di prima e guadagna quindici volte tanto, ma sembra indifferente anche a quello. Il proprietario ti riferisce che in cucina fa il suo ma è abulica e poco partecipe. Quando cerchi di parlarle si mostra sfuggente, e dà qualche segno di dissociazione. Un giorno la accompagni al lavoro con la moto e ci sale con la solita espressione distaccata, ma poi vedi che ha postato un video in cui ride e apre le braccia in segno di festa. Ti racconta di ragazzi che hanno tentato approcci, ma sembra solo un pretesto per confessare che ora esce con un giovane marocchino, e chiedere la tua approvazione. Le domandi se è solo un amico o qualcosa di più e risponde inorridita di no, che la sua religione le vieta rapporti prima del matrimonio.
Non capisci se te la racconta giusta, ma a momenti sembra che lei stessa ti richieda misure di controllo. L’hai iscritta a un corso di italiano, però poi ti chiamano per dire che non si è presentata. Le fai una ramanzina e da quel momento a ogni lezione ti manda il selfie scattato all’ingresso del centro.
La nuova urgenza è trovarle un alloggio perché l’inverno è alle porte, la mansarda non è riscaldata e pensi che le gioverebbe convivere con persone della sua età. Batti senza risultato agenzie immobiliari, annunci in rete, bacheche dell’università. Accettano solo studentesse, oppure lavoratrici italiane. Nessuno vuole una cuoca marocchina senza permesso di soggiorno. Finché grazie a una tua amica salta fuori una stanza in appartamento con altre due ragazze. La aiuti a fare trasloco, e quando la saluti Amina ti abbraccia commossa, ma non capisci se è sincera, se le viene davvero da piangere o fa apposta.
Gli incontri si diradano sempre più. Ormai la vedi solo quando la accompagni in Comune, in Questura e alle Poste per l’iter interminabile del permesso di soggiorno. Le fai compagnia per ore all’Ufficio immigrazione dove deve lasciare le impronte digitali. Non ti rassegni a vederla così spenta, irriconoscibile rispetto a com’era a Fez. Ormai è chiaro che non si tratta più solo di uno spaesamento iniziale. Il trapasso le ha inflitto un trauma incalcolabile, che sembra averle atrofizzato l’anima. Su questo non puoi aiutarla, e capisci quanto è cieca e illegittima la tua delusione di non vederla felice come ti aspettavi, come premio per ciò che hai fatto per lei.
Te la sei ritrovata davanti dopo quasi un anno, alla cassa del supermercato. Smagrita, col viso segnato, il passo incerto di chi è appena uscito da una malattia, ma con gli occhi accesi e luminosi come li ricordavi. Ti ha abbracciato di slancio, ha cominciato a parlare fitto, e hai capito che era di nuovo lei, tutta intera, come una lucertola a cui è ricresciuta la coda mozzata. Allora sei tornato a casa e hai potuto scrivere questa storia.

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