Dalla preistoria all’IA: cosa ci insegna il nostro senso religioso
La conoscenza del modo in cui l’uomo sin dal suo apparire sulla scena del mondo ha cercato di non limitarsi a subire i fenomeni che lo sovrastavano ha molto da dirci anche oggi

Per tanto tempo l’uomo preistorico ha colto direttamente dalla natura, dai fenomeni che osservava o sperimentava, stimoli e occasioni che gli facevano pensare a qualcosa di più grande di lui, a una realtà che lo sovrastava: un tramonto infuocato nella foresta, il cielo stellato, il furore di una tempesta atmosferica, il fascino di una cima inviolata... Un misto di timore, di emozioni, di gioia e trepidazione doveva prenderlo dinanzi a questi scenari della natura. Forse percepiva qualcosa o qualcuno più grande di lui. Un’eco di queste suggestioni si coglie anche nell’enciclica di papa Leone XIV Magnifica humanitas.
Le radici del sacro e del senso religioso vengono riconosciute nella capacità simbolica dell’uomo, a partire dall’osservazione di alcuni aspetti della natura , dalle domande che possono porre. I fenomeni della natura non sono governabili dall’uomo: li subisce, li ammira, ma non ne dispone. E anche li venera, come in molti popoli di cultura semplice.
L’uomo cerca di spiegarli, li elabora, dà loro un significato, non li subisce soltanto. E questo significato può includere rispetto, quasi una loro sacralizzazione, perché si trova nelle condizioni di subirli. Spesso viene loro attribuito un significato o vengono riferiti a una entità superiore, coinvolgendoli nell’avventura della vita. Sono le ierofanie, o manifestazioni del sacro nella natura.
Anche il trattamento riservato ai defunti fin dall’antichità in molti gruppi umani con l’inumazione e la cura del defunto possono essere visti come segno di una concezione di vita con qualche riferimento alla sfera trascendente: una vita che continua.
Forse nasce così il senso religioso dell’uomo, a partire dalla sua capacità astrattiva e simbolica. Esso ha radici profonde, si ritrova anche nei popoli di cultura semplice, prima dei villaggi neolitici, e genera sacralità e rispetto per gli elementi della natura che possono evocarli.
Con il Neolitico i segni di culto fanno parte della società e chi li esprime assume prestigio e potere nella organizzazione sociale. In essa non c’era quella distinzione che è affermata nel tempo. Nella gestione della società neolitica spesso sacro e profano si mescolano. Si parla di sacro arcaico, una concezione non scevra da critiche.
E di sacertà arcaica si è parlato in un recente convegno internazionale organizzato da Margherita Geniale del Dipartimento Cospecs dell’Università di Messina: il tema – “Sovranità nazionale e potere mondiale. Il rischio del ritorno al sacro arcaico” – ha offerto l’opportunità di confrontarsi non senza qualche riferimento alla situazione odierna. Le riflessioni proposte partono dalle cause conflittuali e i possibili pericoli di ritorno a processi di sacralizzazione violenta.
Tale riflessione si avvale in primis del modello mimetico delle relazioni sociali, elaborato da René Girard. I conflitti umani sono guidati dal criterio dell’alternanza nelle relazioni rivalitarie. I nemici si fronteggiano nella reciproca dimostrazione di una forza sempre più soverchiante. La soluzione trovata nell’antichità mediante la creazione di un modello sacrificale di un’unica vittima (capro espiatorio) ha avuto storicamente un’alternativa nella elaborazione di un sistema trascendente fondato sul sacro, come avvenuto con il Cristianesimo. Ed è la mancata ricezione autentica della responsabilità cristiana a produrre il caos e a mostrare l’uso negativo, nichilista del sistema religioso nei termini di una sacralità violenta. Solo il ritorno ai valori cristiani, attraverso la resistenza alla tentazione mimetica a lasciarsi indurre a ritorsioni infinite può disinnescare tale rischio.
Monsignor Fiorenzo Facchini è professore emerito di Antropologia all’Università di Bologna
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