Venezuela e UsAid: i due pesi e le due misure Usa
Perché la generosità statunitense verso Caracas contrasta con il rigore a oltranza sull’assistenza umanitaria in nome dell’America first, di cui lo smantellamento dell'agenzia di cooperazione è stato il tragico emblema

«Ho dato istruzione a tutte le agenzie governative affinché si preparino ad agire con rapidità. Ci siamo per i nostri nuovi e grandi amici». Erano appena circolate le prima prime immagini del Venezuela ridotto in macerie dalla doppia frustata sismica quando, nella notte tra mercoledì e giovedì, Donald Trump si è affrettato a garantire, via social, il proprio aiuto. A differenza di altri annunci, pubblicati a ritmo incessante su Truth, alle parole sono immediatamente seguiti i fatti. Washington ha stanziato 150 milioni di dollari per le operazioni di soccorso a Caracas. Altre centinaia sono state previste dal dipartimento di Stato attraverso le organizzazioni presenti sul terreno. L’Amministrazione, al contempo, ha mobilitato una squadra di risposta rapida e due brigate di ricerca altamente specializzate di Virginia e California. Il Comando Sud sta collaborando alla macchina logistica dei soccorsi con navi, aerei e elicotteri. In una manciata di ore, inoltre, il dipartimento del Tesoro ha congelato, fino al 23 ottobre, una sfilza di restrizioni finanziarie ancora in vigore nonostante il nuovo corso, cominciato per mano Usa sei mesi fa.
Il contributo statunitense è doveroso e necessario date le precarie condizioni finanziarie, sociali, infrastrutturali del Paese, già terremotato da ben prima delle scosse del 24 giugno. La generosità statunitense verso Caracas contrasta, tuttavia, con il rigore a oltranza sull’assistenza umanitaria in nome dell’America first. Lo smantellamento di UsAid, la principale agenzia di cooperazione, ne è stato il tragico emblema.
Anche in recenti disastri, la linea del repubblicano è stata quantomeno cauta. Al Myanmar, ostaggio del regime dei generali e dilaniato dal conflitto civile, dopo il terremoto del marzo 2025, ha destinato 9 milioni. Per i Caraibi flagellati dall’uragano Melissa nell’ottobre scorso, gli Usa hanno disposto 37 milioni. Ma il Venezuela non è per il tycoon un Paese come gli altri. È il baricentro della geopolitica latinoamericana della Casa Bianca. Il banco di prova e la vetrina della “dottrina Donroe”, la strategia di egemonia continentale coniata nel XIX secolo dal presidente Monroe e riadattata al nuovo millennio dal gennaio 2025. Con il caratteristico metodo Trump. In sintesi: minacce e ritorsioni ai governi latinoamericani – sempre meno - indipendenti nei confronti dei suoi diktat. E sostegno agli accondiscendenti – sempre più numerosi -, specie quando ne hanno più necessità. È il caso della compagine guidata da Delcy Rodríguez, ex vice e fedelissima di Maduro, ora alleata più che solerte degli Stati Uniti a cui ha dato, di fatto, l’ultima parola sui propri sterminati giacimenti di petrolio.
Mai come ora la presidente – ufficialmente “ad interim” – è fragile. Dopo anni di dissesto economico causati dal chavismo – di cui è stata protagonista -, la gestione dell’emergenza-sisma appare una sfida titanica. Un’occasione irripetibile per gli avversari interni delle opposte fazioni, finora zittite. L’ala dura del vecchio regime, dunque, che non perdona alla leader il voltafaccia. E l’antibolivarismo intransigente, legato a María Corina Machado. Soprattutto quest’ultimo vede in un eventuale fallimento di Rodríguez la “finestra di opportunità” per mostrarne l’incapacità di tenere sotto controllo la nazione e proporsi come alternativa. Non tanto agli occhi della popolazione quanto proprio di The Donald, da cui è stata scartata all’indomani del 3 gennaio. Finora, però, il tycoon sembra intenzionato a perseverare nella scelta di un cambio al vertice più che di regime, in modo da minimizzare gli scossoni e gli impatti sul business, del greggio in primis. Almeno fino quando gli urti resteranno appunto minimi. Poche ore prima del terremoto, a Caracas era tornata dalla Spagna, dopo otto anni, Dinorah Figuera, dissidente incaricata dalla Casa Bianca di mediare con il governo in vista di una futura consultazione. Una figura indubbiamente meno nota di Machado, nominata dalla piattaforma unitaria delle opposizioni venezuelane come interfaccia ufficiale con il chavismo. Ma anche meno virulenta nelle critiche e capace di mediazione. Caratteristica quest’ultima non proprio trumpiana. Stavolta, tuttavia, il tycoon deve far sì che l’esperimento-Venezuela funzioni. E diventi il “modello” per un’America, a nord e a sud del Rio Bravo, in stile Donroe.
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