Il piccolo e martoriato LIbano dimostra che sì, si può abolire la pena di morte
Il Parlamento ha modificato a grande maggioranza un articolo del codice penale che regolava la procedura per arrivare alle sentenze capitali

Allora è possibile. In un tempo in cui la diplomazia è scomparsa, la guerra fa la guerra e i partiti della pace vengono messi fuori legge, è saltato il buon senso condiviso che faceva dire a tutti che la morte di bambini e le morti di massa di civili sono sempre un male insopportabile. In un tempo in cui sembra liquefatta la consapevolezza da cui sono nate le Nazioni Unite, create per rendere impossibile il “flagello della guerra”, quando l’Europa sembra “troppo debole” e “troppo schierata” per fermare la guerra a est e le altre guerre, il piccolo, martoriato, bombardato Libano abolisce la pena di morte. Il Parlamento libanese, su iniziativa di un deputato per noi sconosciuto, Abdurramàn al Bizri, ma che varrà la pena ricordare, a grande maggioranza, ha modificato un articolo del codice penale, ha abrogato l’art. 43, e soppresso gli articoli 420 e 424 che regolavano la procedura per arrivare alle sentenze capitali. La coalizione politica guidata da Hezbollah non ha partecipato al voto, ma non hanno votato contro, sono usciti dall’aula.
Un percorso speculare e opposto a quello che in Israele, a marzo, ha visto il Parlamento di Israele ripristinare la pena di morte per impiccagione, in segreto, per i reati di terrorismo, e solo di palestinesi. La pena di morte è una cartina di tornasole del livello di civiltà di un popolo. E uno specchio di come siamo o di come si diventa. Nel Ritratto di Dorian Gray Oscar Wilde ci ha lasciato pagine indelebili su uno specchio terribile, che fa vedere l’anima. E qui c’è uno specchio a due facce, nella stessa guerra, nella stessa polvere, sotto gli stessi missili. Da una parte una giustizia che sceglie di rispettare sempre la vita, anche quella dei possibili colpevoli. Dall’altra la morte come vendetta di stato, a senso unico, brutale, come se non si trattasse più di esseri umani. La narrazione corrente spinge in questa direzione. Anche la vicina Giordania, dopo quasi dieci anni, era tornata alle esecuzioni di massa, con sei condannati uccisi per reati di terrorismo o traffico di droga. Ne avevo parlato a Parigi, due mesi fa, con il ministro della giustizia libanese, Adel Nasar, e ha un sapore quasi prodigioso che in un tempo e in una terra di così grandi divisioni abbiano deciso – e così rapidamente - di parlare al mondo e al Medio Oriente in questo modo. C’è un grande bisogno di Libano, e di un Libano così.
Allora è possibile davvero. Si può pensare mentre si è dentro la guerra come si fa a fermarla, come si fa a non scivolare con inerzia verso la disumanizzazione, invocando legittime difese che non stanno in piedi, e la forza è così asimmetrica. Giustizia. Non vendetta. Prima del voto finale è stata ascoltata la testimonianza di una donna-coraggio, Antoinette Chahine, che porta sul corpo i segni delle torture subite nei cinque anni che, da innocente, ha trascorso nel braccio della morte libanese. Era stata condannata sulla base di due testimonianze estorte sotto tortura. Accade spesso. Negli USA è stato prosciolto definitivamente – exonerated - la scorsa settimana a 53 anni Germaine Wright, condannato a morte per un reato avvenuto quando lui aveva 18 anni: era uno tossicodipendente da aiutare a uscirne, e non era un assassino: è stato l’ “esonerato” numero 203. Innocence Project ha dimostrato che più del 70 per cento di queste 203 volte la condanna a morte è arrivata sulla base di più testimonianze oculari e di confessioni firmate: quasi sempre le due cose insieme. Dal piccolo Libano ci arriva una lezione di resilienza e di cultura della vita che vale anche per le cose di casa nostra.
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