Dove può portarci lo scontro Meloni-Trump
Al di là del "siparietto" del G7 di Evian, dietro al reiterato conflitto verbale ci sono in gioco idee diverse del trapporto tra Italia e Stati Uniti

Si fatica ancora a capire motivi, portata e conseguenze del recente scontro tra il presidente degli Stati Uniti e la presidente del Consiglio italiana. Ci sono infatti tre elementi diversi che si confondono: la materia del contendere, i princìpi con cui i protagonisti giudicano tale materia e la loro concezione del rapporto tra Italia e Stati Uniti. Al G7 di Evian per il presidente americano ci sarebbe stata la richiesta di una foto insieme da parte della premier italiana, per quest’ultima invece non c’è stata alcuna richiesta. La materia del contendere è, dunque, di scarsissimo rilievo in un mondo dove la guerra dilaga, ogni giorno si contano nuove vittime, le sofferenze umane aumentano in modo inaccettabile.
Ma a una materia tanto irrilevante entrambi i protagonisti hanno attribuito una grande importanza simbolica. E su questo piano, invece, la convergenza tra i due è sorprendentemente totale. Entrambi appaiono convinti che “to beg” – chiedere, mendicare, perorare, o “implorare” – siano comportamenti disdicevoli. Emerge una comune adesione alla legge del più forte, che mai si piega a implorare e che sempre disprezza chi lo fa.
Questo aspetto è po’ più rilevante. È davvero tanto vergognoso “implorare” qualcosa da qualcuno? Papa Leone implora ogni giorno pace per le vittime della guerra e accoglienza per i migranti. Rivolgendosi a Dio, anzitutto, ma anche agli uomini. Eppure, la sua figura guadagna sempre più rispetto, prestigio, influenza in tutto il mondo. A Parigi, nel 1946, De Gasperi concluse il suo discorso chiedendo umilmente ai vincitori della Seconda guerra mondiale di dare “respiro e credito alla Repubblica d’Italia”.
Indubbiamente, implorare significa chiedere con grande umiltà e intensità, ma ciò talvolta è necessario, e in qualche caso persino nobile. Nasce da una situazione di grave bisogno e implica il riconoscimento che non si ha la forza per proteggere qualcuno, ma può anche riflettere grande coraggio, fede profonda e libertà interiore. Mi pare dunque che si debba dissentire dalla logica che ispira entrambi i protagonisti dello scontro.
L’elemento principale è però il terzo, quello rimasto finora più in ombra: la concezione del rapporto tra Italia e Stati Uniti. Sono in gioco, infatti, idee diverse di tale rapporto. Anche se impropriamente – sono parole che usiamo in modo intercambiabile e che hanno significati molto simili – due termini esprimono forse meglio di altri la differenza tra l’approccio americano e quello europeo: partnership e alleanza. Il primo, in particolare se usato sul terreno economico, esprime soprattutto un accordo tra due soggetti diversi – in genere due o più imprese - unite però in un business comune: una joint-venture, un utilizzo condiviso di risorse, ecc.; il secondo, invece, in particolare se usato sul terreno politico e militare, ha un significato più ampio e implica un accordo tra due soggetti diversi – in genere due o più Stati – che si impegnano a collaborare e a sostenersi reciprocamente sulla base di una visione comune. Non a caso, nel tentativo di favorire un riavvicinamento, mentre da parte italiana si è cercato di ribadire l’alleanza tra Italia e Stati Uniti (nella Nato), da parte americana si è insistito sulla partnership tra i due Paesi, usando anche la parola alleanza ma in senso bilaterale (a prescindere cioè dalla Nato).
In breve: per Trump, Gran Bretagna, Francia, Italia ecc. non sono alleati ma partner in affari che non hanno versato la quota dovuta approfittando della generosità americana. La cornice del suo approccio è quella del business. Gli europei, invece, continuano a guardare agli Stati Uniti nel quadro di un patto difensivo multilaterale che impone a ciascun membro dell’Alleanza atlantica di intervenire militarmente se uno di loro viene aggredito. Mentre Trump ha più volte lasciato intendere che non è sicuro di rispettare questo impegno, esige che i suoi partner sostengano gli Stati Uniti anche in una guerra di aggressione funzionale all’interesse americano. Per gli europei, invece, questa è un’ipotesi inaccettabile perché esula dagli impegni Nato, mentre esigono il rispetto di tali impegni. In tale contesto, perciò, dire che tutto continua come prima o definire i rapporti tra l’Italia e gli Stati Uniti eccellenti, solidi e strategici non basta più.
Le incaute parole di Mark Rutte hanno gettato altra benzina sul fuoco. Per riavvicinare le due sponde dell’Atlantico, il segretario generale della Nato ha sottolineato che centinaia di voli sono partiti dalle basi americane in Europa e in Italia, agevolando di fatto l’impegno americano in Iran. Trump, dunque, potrebbe sentirsi almeno parzialmente soddisfatto. Ha detto probabilmente una cosa vera, ma in Italia ciò è suonato come riconoscimento di una partecipazione italiana a una guerra, fuori dagli impegni Nato, in cui il governo ha sempre dichiarato di non voler coinvolgere il Paese. Il ministro della Difesa Crosetto si è affrettato a dichiarare la piena legalità del traffico aereo a Sigonella in chiave logistica. Anche questo probabilmente è vero, ma tale “doppia verità” conferma che sono in gioco visioni diverse.
Se la Nato è sulla via del tramonto, perché il suo partner più importante vuole sviluppare un altro tipo di rapporti con i suoi (ex) alleati atlantici, la maggioranza non può limitarsi a dire che le regole di questa alleanza sono state formalmente rispettate né l’opposizione può limitarsi a esigere che ciò avvenga. Soprattutto, è privo di sostanza dire che si vuole “difendere l’Occidente” mantenendo buoni rapporti con gli Stati Uniti. È giusto cercare di mantenere buoni rapporti bilaterali con gli Usa su tutti i piani possibili: economico, commerciale, politico e anche militare. Ma se si pensa all’Occidente come un’alleanza che unisce strettamente Paesi diversi in una visione comune e con impegni reciproci è anzitutto all’Europa che bisogna guardare.
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