La Guaira senza soccorsi: «Siamo vivi ma qui non arriva nessuno»

La macchina degli aiuti non riesce a spostarsi oltre Caracas. E nella “città-fantasma” gli ospedali non hanno risorse per curare i feriti
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June 26, 2026
Decine di persone scavano tra le macerie a La Guaira, una delle località più colpite
Decine di persone scavano tra le macerie a La Guaira, una delle località più colpite / REUTERS
Era la porta d'ingresso del Venezuela. Ora però è una città fantasma. La Guaira è tra le zone che stanno subendo le conseguenze più drammatiche del terremoto. Fino all'altro ieri c'erano edifici, tra cui molte strutture alberghiere, ora restano distese e cumuli di macerie. La polvere permea ogni cosa: l'aria, la terra, l'acqua e i pochi alimenti a disposizione. Da più di 48 ore i corpi, vivi e morti, bloccati sotto le macerie del complesso Luisa Cáceres de Arismendi, nella località di Catia La Mar, attendono i soccorsi. Tra loro spuntava il volto disperato di Amir Infante, 16 anni. Era ancora tra i vivi. «Non lasciatemi solo, vi prego», diceva ai passanti, intenti a sopravvivere anche loro. Quasi la totalità del corpo di Amir era sotto l'edificio. «Le macerie sono sempre più pesanti. Credo che perderò la mobilità», diceva a chi, impotente, si fermava ad ascoltare la sua storia. Impossibile salvarlo a forza d'uomo, senza strumenti. Lo sanno i vigili del fuoco che, uniti ai vicini, ci hanno provato con le mani, con le unghie. A un certo punto il corpo non regge più il peso della struttura su di sé e, dopo una lenta agonia, Amir muore. «Non ce l'ha fatta», dicono i vicini in lacrime.
Tra i testimoni c’è il giornalista Román Camacho, anch'egli provato dalla crisi umanitaria. «Ho il cuore straziato», dice. Lui, che si è unito ai soccorritori, ammette: «Vorrei tanto aiutare tutti. Ma è impossibile rispondere a tutte le urgenze». Sotto le macerie ci sono ancora altri Amir, in lotta contro il tempo e contro il peso della morte. Lo Stato però non riesce ad andare oltre il centro di Caracas. E non c'è nessuno che raggiunga quel vecchio litorale, spiaggia di tutti, ricchi e poveri, crocevia di oligarchi affini a Palazzo di Miraflores e agli ambienti di Pubblica sicurezza. Parlano anche i superstiti, come Yilsmaris Blanco, 39 anni: «È stato terribile. Tutto, tutto è crollato». Blanco ringrazia la Provvidenza: «Siamo vivi. Perché c'è gente che proprio adesso soffre, con familiari sepolti. Che non possono recuperare». La regione è disconnessa. «Raccogliamo le informazioni in loco. Poi torniamo a Caracas e carichiamo le notizie», dicono alcuni giornalisti locali ad Avvenire. Sulla vicenda interviene anche il medico cubano Dreny Ley González, che sottolinea: «Questa calamità ci sta mettendo alla prova. Gli ospedali stanno lavorando al massimo delle loro possibilità, non ci sono più posti. E il rapporto medico-paziente non regge. I feriti sono troppi».
All'ospedale José María Vargas le attese sono lunghissime. Alcuni sono lì da 48 ore. «Non abbiamo spazio dentro. La paura di una nuova, forte scossa ci costringe ad attendere nel parcheggio», dice ad Avvenire un medico, che ha chiesto l'anonimato. «Siamo senza sufficienti risorse per la quantità di persone che abbiamo davanti», osserva. Lo conferma anche Jenny Martínez, familiare di un paziente, che racconta: «Nell'ospedale de La Guaira non entrava più nessuno. Ci siamo dovuti spostare a Caracas». Fuori dalla struttura proseguono le operazioni. Tra i piccoli miracoli si registra il salvataggio di Mateo, bimbo di 7 anni. L'unico sopravvissuto del suo nucleo. «Ero nel retro del palazzo. Mia mamma ha smesso di respirare alle 7.30», ha detto ai soccorritori. Nella regione – sede dell’aeroporto internazionale di Maiquetía, ora fuori uso – riaffiorano le ferite del 1999, quando le inondazioni e i ritardi del governo Hugo Chávez spensero oltre 10mila vite.

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