Perché il ministro Valditara vuole rendere tutte le scuole un liceo

C’entrano i tassi di occupazione, lo “skill mismatch” e lo stigma verso istituti “di serie B”. Ma un gran peso nella scelta ce l’hanno ancora le condizioni socioeconomiche
April 24, 2026
Perché il ministro Valditara vuole rendere tutte le scuole un liceo
Una studentessa durante la prima prova dell'esame di maturità al liceo "Andrea Doria" di Genova / ANSA
Cosa rende un liceo un liceo? A porsi la domanda è stato il ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara, che ieri si è dato una risposta netta: «È necessario prendere atto che non ha più senso una distinzione fra i licei e gli istituti tecnici», ha chiosato a margine della cerimonia di premiazione del “Maestro del Made in Italy” a Roma. Ecco, quindi, che potrebbero nascere licei agrari, licei chimici, licei tessili e così via. Potrebbe, addirittura, trattarsi di una riforma attiva dal prossimo anno: «Dobbiamo ragionare – ha aggiunto il ministro –, nel senso che certamente, se colui che ha pensato al liceo parlava di liceo anche quando trattava l’agronomia o la zoologia, perché non parlare di liceo agrario o di liceo chimico e via dicendo?». Il motivo ha a che fare con i pregiudizi sugli istituti tecnici e professionali, «considerati scuole di serie B», e con la necessità di aumentare le iscrizioni ai percorsi che incentivano «il fondamentale collegamento tra scuola e lavoro». Due numeri spiegano l’esigenza del Ministro: il tasso di iscrizioni e la quota di occupati a due anni. Il primo. Nel 2026 il 56% circa degli studenti ha scelto un percorso liceale, contro il 31% di tecnici e il 13% di professionali. Ma è il secondo dato a completare il quadro. Il 37% di chi frequenta un liceo firma un contratto a due anni dal diploma, contro il 61% degli iscritti ai tecnici e il 71% dei professionali (dati Mim, 2022). Molto ha a che fare con l’iscrizione all’università: solo il 3% dei laureati proviene da un percorso professionale (Almalaurea, 2025). Ma, evidentemente, è una tendenza che il Ministro vuole invertire, facendo crescere il numero di laureati dagli istituti tecnici e professionali ma soprattutto incentivando le iscrizioni ai percorsi che offrono più chance di ottenere un lavoro post-diploma. In un contesto in cui, secondo Confindustria, oltre due imprese italiane su tre faticano a trovare personale competente per le proprie attività (il cosiddetto "skill mismatch"). Basterà, però, un cambio di etichetta per rendere i nuovi “licei professionali” più appetitosi?

Cosa rende "liceo" un liceo

La prima risposta a cosa sia un liceo la fornisce la riforma Gentile del 1923, sulla base della sua funzione. «L’istruzione classica ha per fine di preparare alle Università ed agli istituti superiori», si legge nel Regio decreto del 6 maggio 1923. In altre parole, i licei formano la nuova classe dirigente. Una risposta più aggiornata a cosa sia oggi un liceo invece – la più recente, in effetti – l’ha fornita il Ministero stesso nelle ultime bozze delle nuove Indicazioni nazionali. Che naturalmente riscrivono i programmi dei soli “licei tradizionali”: classico, scientifico, linguistico, artistico, scienze umane, sportivo, musicale, made in Italy. Nella premessa la Commissione ministeriale fa riferimento alla «Scuola ginnasiale dell’antica Atene» per spiegare come «il Liceo nel tempo ha assunto la configurazione di scuola di formazione che struttura una forma mentis potenzialmente capace di arrivare al saper “vedere teoretico”». Si tratta di una veste piuttosto classica che ruota, secondo gli autori, principalmente attorno «all’attività del pensare». «Grazie all’attività del pensare, dell’argomentare le proprie ragioni e dello scoprire le cause di fenomeni e processi – si legge nella premessa -, gli studenti travalicano la realtà dell'esperienza accedendo all'universo delle idee e dei concetti». Una definizione che, quando è stata redatta negli scorsi mesi, difficilmente teneva conto delle esigenze e delle attività degli studenti di istituti agrari o tessili.

La barriera socioeconomica

Che si possa adattare questo vestito anche agli alunni di istituti tecnici e professionali, però, non è un’ipotesi tanto peregrina. Almeno da un punto di vista pedagogico. «L’educazione al saper pensare, al saper studiare e discernere e al saper agire» è a tutti gli effetti lo scopo di tutta la formazione secondaria: tecnica, professionale o liceale che sia. Di fatto, però, a distinguere gli studenti degli istituti da quelli dei licei è ancora quella barriera socioeconomica eretta a partire dalla loro nascita, con la riforma Gentile. Se è vero che la maggior parte degli occupati a due anni dal diploma sono alunni di istituti tecnici e professionali, è altrettanto vero che il 93% dei diplomati in questo lasso di tempo è occupato in professioni a bassa qualificazione o con specializzazioni tecniche (dati Mim, 2022). I ruoli di alta dirigenza o alta specializzazione – i più remunerativi – sono ancora appannaggio dei laureati, ovvero perlopiù di ex-studenti del liceo. In quest’ottica, un’estensione della denominazione di liceo servirebbe a “nobilitare” scelte che, nei fatti, sono ancora percepite come meno appetibili da chi può permettersi un’istruzione terziaria. Va nella stessa direzione anche la riforma del 4+2: «Quest'anno si sono iscritti al primo anno 11.500 giovani, gli iscritti su tre anni sono più di 20.000 – spiega Valditara –. La scuola italiana che deve essere sempre più in rapporto con il mondo dell'impresa. Servirebbero 100mila iscritti per rispondere alle richieste di tecnici specializzati».

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