Il nunzio nel Libano in guerra: «Interi villaggi sono svuotati, ma la gente chiede di non essere lasciata sola»

Il vescovo Paolo Borgia è appena rientrato a Beirut dopo la missione a Tiro per portare vicinanza e aiuti anche alle famiglie non cristiane: «Il mandato di papa Leone è quello di fare tutto il possibile perché chi soffre non si senta dimenticato»
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June 13, 2026
Il nunzio apostolico Paolo Borgia in visita alla comunità di Tiro durante una delle sue missioni: giovedì scorso è tornato nella cittadina del Libano meridionale
Il nunzio apostolico Paolo Borgia in visita alla comunità di Tiro durante una delle sue missioni: giovedì scorso è tornato nella cittadina del Libano meridionale
Dal 2 marzo, quando Israele ha scatenato in profondità l’attacco al Libano, il nunzio Paolo Borgia si è spinto per venti volte sotto al fuoco incrociato di Hezbollah ed esercito di Tel Aviv. Ieri il rientro dall’ultima missione. Tra poche ore la partenza per la prossima. «Nel Sud interi paesi si svuotano. Ma la popolazione chiede anche di non essere lasciata sola». Per il rappresentante della Santa Sede a Beirut «il quadro è peggiorato con il protrarsi del conflitto. Alcuni paesi sono stati svuotati dagli ordini di evacuazione, altri portano i segni delle operazioni militari, altri ancora finora sono stati colpiti in modo più marginale. Ma in tutta l’area la guerra pesa sulla vita quotidiana».
Quale panorama ha trovato nel corso dell’ultimo viaggio? Come sta procedendo il conflitto?
Lo scenario si è deteriorato progressivamente. Nel Sud diversi centri sono stati raggiunti da ordini di evacuazione e ora sono deserti. Si vedono i segni delle operazioni militari, dei conflitti a fuoco, degli scontri tra le parti. Lo si capisce dalle condizioni di alcune località nella zona rossa. Molte delle aree lungo il confine sono quelle più investite dalle ostilità, dove anche ci sono interi villaggi distrutti
Cosa chiedono le persone? Quali bisogni esprimono?
Incontriamo sia gli abitanti rimasti sia gli sfollati, anche a Beirut. Chi non se n’è andato vive nell’attesa di capire che cosa riserverà il futuro. Chi ha lasciato la propria casa porta lo stesso smarrimento, con il peso aggiuntivo dello sradicamento. Il conflitto ha prodotto impoverimento, perdita dell’alloggio, mancanza di lavoro, incertezza. C’è chi affronta ogni giornata senza sapere che cosa accadrà il giorno dopo.
Lei era a Tiro pochi giorni fa, durante l’ordine di evacuazione. Come lo avete vissuto?
Sono andato a celebrare nella chiesa dei greco-cattolici, con una piccola comunità. Non avevo nulla da distribuire, ma c’ero. Ho voluto esserci, assicurare il nostro sostegno. Dire: non abbiate paura, siamo con voi. A Debel (un villaggio cristiano nel sud, ndr) alcuni mi hanno detto: “È per voi che noi restiamo qua”. Significa che la nostra presenza dà coraggio in questo momento difficile.
I vostri convogli verso dove si dirigono in prevalenza?
Soprattutto località cristiane, ma alcune missioni sono arrivate anche in villaggi musulmani. Siamo stati a Nabatieh per consegnare aiuti a un’associazione locale, e le persone ci dicevano: “pregate per noi”. Siamo stati anche a Kfar Shouba, un centro druso e sunnita, e anche lì siamo stati accolti. Dove è possibile, il gesto non deve essere rivolto soltanto ai cristiani. Il bisogno e la sofferenza non hanno carta d’identità.
Di recente ha incontrato Papa Leone XIV. Cosa le ha chiesto?
Abbiamo parlato del quadro generale. Il Papa ha già inviato in diverse occasioni aiuti e in particolare di tipo sanitario, attraverso la Caritas libanese. Il mandato resta quello di portare vicinanza, speranza, accompagnamento, e di fare tutto il possibile perché chi soffre non si senta dimenticato.
Che genere di ostacoli incontrano le vostre missioni?
Siamo in un contesto bellico. Chiediamo corridoi umanitari sempre disponibili, aperti e sicuri: sono indispensabili per soccorrere la popolazione. Poi bisogna fare i conti con la realtà: una strada distrutta, un passaggio impraticabile, un’operazione militare che inizia mentre sei in movimento.
Come vi comportate in questi casi?
È successo di dover tornare indietro e cercare un percorso alternativo. Diverse volte siamo rimasti bloccati. In qualche caso abbiamo dormito presso l’Unifil. Il Martedì di Pasqua, ad esempio, non siamo potuti andare avanti perché eravamo sotto il fuoco incrociato. Sono momenti duri. Però non ci fermano.
C’è chi mette in discussione la presenza delle Nazioni Unite attraverso Unifil o immagina una missione diversa. Lei che opinione ne ha?L’Unifil svolge un compito importante. Prima di tutto sul piano della sicurezza: nelle zone a ridosso della frontiera è un interlocutore essenziale. L’esercito libanese in alcune aree si è ritirato, quindi la presenza internazionale conta molto. Poi c’è il profilo umanitario: negli anni l’Unifil ha sostenuto comunità, ospedali, popolazione civile. Noi abbiamo una buona collaborazione, e di questo ringrazio il comandante della missione Onu, il generale Diodato Abagnara. Ci aiutano molto anche nell’organizzazione dei convogli. Credo che il loro ruolo possa restare decisivo.
Quali spiragli ci sono per un percorso vero di pace?
La pace è possibile se la si vuole e se ci si impegna tutti per conseguirla e realizzarla.
Lei ripartirà ancora. Non è un rischio sempre più alto?
Quando arrivi, stringi una mano, abbracci una persona, incroci gli occhi di chi ti aspettava, capisci che ne vale la pena. In guerra anche dire “ci siamo” diventa un aiuto concreto. Per questo continueremo.

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