Le ong "bocciano" i centri di rimpatrio all'estero e chiedono "vie sostenibili"
Le reazioni della società civile sugli hub per immigrati irregolari extra Ue: i migranti sono diventati un arma di ricatto

Non ha dubbi Filippo Miraglia, esponente di spicco di Arci e portavoce del Tavolo asilo e immigrazione, la rete di organizzazioni della società civile in campo per la tutela dei diritti migranti: «Il modello Albania? È solo propaganda», ripete. Il tema è quello “caldo” della creazione di centri europei, fuori dai confini comunitari, per il rimpatrio dei migranti irregolari. «Sono circa 100 le persone rimpatriate in poco più di un anno dal centro di Gjader - aggiunge Miraglia -. Abbiamo presentato due rapporti in cui spieghiamo che è stata un’operazione totalmente inutile. Nei 10 Cpr sul territorio italiano ci sono 1.300 posti, di cui ne sono attivi la metà, quindi sono sotto utilizzati. Tutte le volte che siamo entrati grazie ai parlamentari abbiamo trovato dei posti liberi».
Anche sul tema caldo degli “hub” europei in Paesi terzi “sicuri”, per il coordinatore del Tavolo asilo si tratta solo di “propaganda”. «Noi pensiamo che sia l’ennesima trovata propagandistica del governo italiano e degli altri governi amici di Meloni. Aspettiamo l’entrata in vigore del regolamentosui rimpatri e poi vedremo cosa diranno tribunali e Corte di giustizia Ue. È un film già visto: in cambio di denaro o affari si cancellano i diritti di persone che scappano da guerre e torture e, siccome a fare questi centri nei Paesi Ue andrebbero a sbattere contro i tribunali, vogliono andare altrove. Pensiamo sia impraticabile, è vietato dal Trattato Ue e dalla nostra Costituzione».
Sulla geografia dei Paesi terzi che potrebbero ospitare i centri di rimpatrio circola un’ampia lista: Ruanda, Ghana, Senegal, Tunisia, Libia, Mauritania, Egitto, Uganda, Uzbekistan, Armenia, Etiopia ed anche Montenegro. Sull’Uganda hanno già manifestato interesse Berlino e Vienna; sul Ruanda, dopo il fallimento dell’esperimento britannico, sta negoziando Copenaghen. E c’è anche il Montenegro, che però a gennaio 2028 diventerà territorio europeo. Ma sul tavolo, al di là della stabilità politica di questi Paesi, c’è il tema dei programmi di rimpatrio e dello screening per evacuare e ricollocare non solo i cittadini di Paesi terzi in fuga da situazioni di crisi verso altri Stati africani, ma anche cittadini provenienti da altri territori. Eppoi c’è anche il tema dei costi e del negoziato economico con il Paese terzo. A parte che non tutti i Paesi sono poi d’accordo nel ri-accettare i propri cittadini. Senza tralasciare la questione della procedura d’asilo. «Le opzioni politiche sul tavolo sono dunque due – fa il punto Gianfranco Schiavone, di Asgi -: da un lato trovare Paesi terzi (extra Ue) con i quali fare degli accordi affinché accettino di prendere in carico ed esaminare le domande di asilo di persone la cui domanda è di competenza di un Paese Ue che intende disfarsi in tal modo dei propri obblighi giuridici, “cedendo” le persone a terzi. Dall’altro trovare Paesi terzi disponibili a divenire mete di destinazione per stranieri espulsi da un Paese Ue, anche se tali persone non sono loro cittadini». Le due strade investono normative diverse: la prima il sistema europeo sull’asilo, la seconda il nuovo regolamento rimpatri non ancora in vigore. «È estremamente difficile che, al di là delle dichiarazioni politiche molto agguerrite, che ci siano sviluppi in tempi brevi (ovvero si trovino tali Paesi e si facciano gli accordi), ma ciò che è certo è che la Corte di giustizia dell’Unione verrebbe investita di ricorsi di grande peso sulla legittimità di tali accordi».
Non da ultimo, infatti, c’è la questione della Corte di giustizia europea che dovrà pronunciarsi sulla compatibilità delle strutture di rimpatrio e delle norme nei Paesi dove verranno realizzate con il diritto europeo. Decisione che è attesa a settembre.
Non entra nel merito degli hub di rimpatrio, infine, padre Camillo Ripamonti del Centro Astalli, ma punta il dito sui muri e sulla mancata accoglienza di chi fugge dal proprio Paese. «Di fronte a quanto è accaduto a Ceuta e Melilla nei giorni scorsi sarebbe auspicabile non arrivare al tavolo europeo con soluzioni di contenimento preconfezionate e strumentali – invita il presidente del Centro Astalli -, ma interrogare la complessità della realtà migratoria, che in alcuni casi è divenuta un’arma di ricatto, per cercare insieme vie possibili e sostenibili da costruire già da oggi. La paura è foriera di cattive soluzioni e cavalcarla è indice di una cattiva politica».
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