Il clima estremo ha effetti pesanti sui campi e sui prezzi: ecco quali

L’alternarsi di piogge e caldo torrido aumenta i costi e taglia la produzione. Ma i rincari sugli scaffali, dal mais
all’insalata, sono dovuti a fattori globali
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August 5, 2026
Il clima estremo ha effetti pesanti sui campi e sui prezzi: ecco quali
L'irrigazione dei campi agricoli /Epa
La bufala di Ferragosto sarà sui prezzi del cibo. Vi racconteranno che la siccità ha ammazzato i raccolti e per questo fare la spesa vi costerà di più. A scuola non vi hanno forse insegnato che il mercato si regge sull’equilibrio tra domanda e offerta? Eppure, non è così semplice. Di tempi di Alfred Marshall, che fu il teorico dell’equilibrio citato, sono cambiate molte cose. Allora, esistevano le dogane, un carico di the ci metteva due mesi ad arrivare in Europa e l’Italia era ancora un Paese a clima temperato. Oggi, ciò che mangiamo ha un valore determinato da quotazioni globali delle merci e dei trasporti e il cambiamento climatico produce almeno due effetti deleteri sulla produzione agricola ma nessuno dei due è così forte da riflettersi sul prezzo del prodotto finale. Infatti il valore riconosciuto all’agricoltore per il raccolto - anche in tempi di siccità e quindi di offerta scarsa - è in calo.
La carenza idrica può fare danni enormi in aree circoscritte, ma il minor raccolto non sposta il prezzo del made in Italy alimentare - riso lavorato, pasta, frutta...- perché non incide sul prezzo all’origine, quello pagato all’agricoltore. La ragione? La nostra agricoltura è troppo piccola per influire sui prezzi del cibo. Certo, esiste un effetto clima sull’offerta agricola e dipende dalla variabilità meteorologica; tuttavia, l’alternarsi di piogge e caldo torrido in alcuni momenti dell’anno può provocare danni maggiori dello stress idrico che i vegetali possono, entro certi limiti, sopportare. Un andamento meteo concentrato in certe settimane favorisce i funghi che generano tossine nel mais e quindi nel latte; sempre dalle precipitazioni può dipendere la qualità del granello di frumento; il caldo anomalo causa aborti nel fiore di riso, ecc. Insomma, la siccità, se non investe intere distese continentali, esercita un’influenza limitata sui raccolti, mentre il cambiamento climatico fa lievitare i costi delle aziende agricole in modo più esteso e può indurre gli agricoltori ad abbandonare alcune colture.
Il cambiamento climatico non può dunque giustificare l’aumento dei prezzi sugli scaffali. Al più, questo incremento si può spiegare attraverso i costi industriali e distributivi, perché il clima incide sui costi energetici della conservazione e su quelli del trasporto. Il fatto che la siccità non comporti un incremento dei costi della materia prima agricola, particolarmente di quella italiana, lo dimostra il fatto che anche in anni siccitosi le quotazioni dei cereali finiscono sotto i tacchi. Il caso del grano duro è emblematico: in questi mesi, i listini sono precipitati sotto la spinta del mercato globale e il tentativo del governo di imporre un prezzo “politico” che coprisse i costi di produzione è naufragato miseramente. Per comprendere le ragioni di questa dipendenza dai prezzi internazionali basta ricordare che la produzione italiana di riso rappresenta lo 0,2% di quella globale, che nel mais non andiamo oltre lo 0,5%, come nel settore della soia, e che il grano italiano è quanto un centesimo del raccolto mondiale. Va un po’ meglio all’ ortofrutta: 6% di nettarine, quasi il 3% nelle ciliegie, primi nell’Ue per le mele e per le pere, nella top 10 per le zucchine e nell’insalata. L’Ue ha parlato di cali generalizzati nei raccolti di girasole, mais e patate, ma è la crisi di Hormuz a condizionare la disponibilità di merce sugli scaffali: solo se i commerci si fermassero veramente o avessimo una ulteriore fiammata del petrolio, rientrerebbero nel gioco i nostri agricoltori e allora i prezzi di ciò che mangiamo dipenderebbero da loro, poiché allora le catene logistiche sarebbero costrette ad approvvigionarsi localmente. Lo dimostra una rilevazione della Coldiretti secondo cui «nonostante i danni inferti dal caldo in termini di calo di produzione, i prezzi pagati agli agricoltori sono crollati, soprattutto per la frutta. Si va dal -17% per le quotazioni delle pere al -18% delle pesche e delle nettarine, fino al -20% delle susine e al -34% per le albicocche». L’organizzazione agricola sottolinea che «i prezzi sugli scaffali sono in crescita» e che «nei primi quattro mesi dell’anno le importazioni di frutta fresca dall’estero sono aumentate del 9% in quantità, con un picco del 44% per quella dall’Africa, secondo dati Ismea». 
Coldiretti lancia l’accusa di “speculazione” ma non risulta che l’industria o i supermercati siano mai stati chiamati a rispondere di queste accuse: anzi, recentemente, il Tar del Lazio ha annullato il provvedimento con cui Ismea ha disposto il «Monitoraggio dei costi medi di produzione in agricoltura» che sarebbe servito a sostenere i prezzi del grano duro.

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