Gli Usa hanno deportato un'attivista iraniana nel Centrafrica. I legali: «È in pericolo»
La donna aveva ricevuto una protezione da un tribunale statunitense che ne aveva vietato il rimpatrio in Iran, dove rischierebbe persecuzioni e torture. Si trova ora in Repubblica Centrafricana, uno dei Paesi più pericolosi al mondo. L'operazione rientra nel piano di deportazioni di migranti dell'amministrazione Trump

I suoi legali la definiscono un'«attivista per la democrazia». È una donna iraniana che aveva cercato protezione negli Stati Uniti dopo essere fuggita dal suo Paese e che, fino a ieri, si trovava su suolo statunitense. Ma nella notte tra il 12 e il 13 giugno è dovuta salire su un aereo che l'ha portata in Repubblica Centrafricana. È una delle operazioni di deportazione verso Paesi terzi che l'amministrazione Trump sta attuando da mesi in diversi Paesi africani. Come lei, altri migranti sono stati trasferiti ieri a Bangui: sarebbero circa venti, tra cui persone con cittadinanze siriana e afghana.
Secondo i legali che stanno seguendo la vicenda, la donna non aveva precedenti penali e aveva già ottenuto una tutela da un tribunale statunitense che ne aveva vietato il rimpatrio in Iran: lì, sarebbe a rischio di persecuzioni e tortura. Ma ora, dicono i suoi legali, il timore è che dalla Repubblica Centrafricana «venga comunque costretta a tornare in Iran». Il Paese africano è considerato dalla stessa amministrazione Usa come altamente pericoloso e «caratterizzato da conflitti armati, criminalità, disordini civili e rapimenti». La donna, così come gli altri migranti trasferiti, non ha alcun contatto o legame con il territorio e non avrà alcuno status giuridico particolare. Lei e gli alti sono stati subito portati in alcune strutture di Bangui, tra cui una caserma dei vigili del fuoco. L'Organizzazione mondiale per le migrazioni ha dichiarato che cercherà di «fornire assistenza» a chi è arrivato, ma ha specificato di «non essere stata coinvolta» prima delle operazioni.
La decisione di deportare una persona proveniente dall'Iran e impegnata per la democrazia nel suo Paese sta suscitando polemiche a livello internazionale: negli ultimi mesi di guerra con Teheran, più volte il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha invitato i cittadini iraniani a ribellarsi contro il regime degli ayatollah, che il tycoon considera una «minaccia da eliminare», e ha citato spesso (strumentalizzandole) con le azioni del movimento "Donna, vita e libertà".
A specificare ancora meglio la situazione della donna è l'Iranian American Legal Defense Fund, che fornisce assistenza agli iraniani negli Stati Uniti: secondo l'organizzazione, lei aveva presentato una prima richiesta di asilo che era stata negata non per ragioni di merito ma per una clausola burocratica. La sua situazione era stata comunque considerata «credibile» dai giudici, che avevano appunto vietato il suo rimpatrio. La donna avrebbe dovuto presentare a breve una seconda richiesta di asilo. Sul volo per la Repubblica Centrafricana ci sarebbero dovute essere anche altre due donne iraniane con una situazione molto simile. Ma, spiegano ancora i legali, le due sono riuscite ad ottenere un'ordinanza d'urgenza da un tribunale che ha sospeso temporaneamente la deportazione. I giudici hanno dovranno ora verificare la legalità delle azioni del governo, considerate le loro specifiche situazioni. «Quando hanno saputo della Repubblica Centrafricana erano sconvolte» ha raccontato l'Iranian American Legal Defense Fund ripresa dal New York Times.
Accordi per l'invio di migranti da milioni di dollari sono stati siglati dagli Stati Uniti con almeno dieci Paesi, tra cui Sierra Leone, Ghana, Camerun, Sud Sudan, Uganda, Congo. La presidenza Trump è caratterizzata da una guerra senza tregua all'immigrazione irregolare e le deportazioni rientrano in questa prospettiva. Gli spostamenti forzati stanno riguardando non solo le persone che risiedono illegalmente negli Stati Uniti, ma anche migranti che - pur non avendo ancora ottenuto un permesso di soggiorno permanente - dovrebbero godere di altre forme di tutela. In diversi casi, i migranti deportati si trovano poi costretti a tornare ai loro Paesi di origine. A inizio giugno, Reuters raccontava che nove persone portate in Repubblica democratica del Congo - dove in queste settimane c'è una nuova epidemia di Ebola e dove la violenza è all'ordine del giorno - sono dovute tornare nei territori da cui inizialmente erano fuggite, come Colombia o Ecuador. Le stesse persone, prima di essere deportate in Rdc, erano state definite dai tribunali statunitensi come «a rischio di persecuzione» nelle loro terre d'origine. Dove di fatto, attraverso un Paese terzo, sono rientrate.
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