giovedì 10 settembre 2020
Il capitano si rifiutò di spegnere i motori, salvando decine di persone ma venendo indagato. Con Mediterranea si dirige nel Canale di Sicilia
Il comandante Pietro Marrone ha riottenuto la patente da capitano e guida di nuovo Mediterranea verso la Sar libica

Il comandante Pietro Marrone ha riottenuto la patente da capitano e guida di nuovo Mediterranea verso la Sar libica - Francesco Bellina

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Mare Jonio riprende la rotta verso il Mediterraneo centrale. Da pochi minuti la nave della piattaforma italiana si trova in acque internazionali e fa rotta a Sud, verso l’area di ricerca e soccorso libica.
“Un momento complicato, un mare difficile dove si manifesta ogni giorno la vergogna europea”, si legge in una nota dell’organizzazione. Al comando di Mare Jonio è tornato il capitano Pietro Marrone. Un anno fa, oltre a venire indagato, gli venne ritirata la patente di navigazione. Marrone, a lungo comandante di motopesca siciliani, si rifiutò di spegnere i motori della Mare Jonio, come gli fu chiesto da un pattugliatore della Guardia di finanza. “Io non spengo nessun motore”, rispose con la calma dei naviganti di lungo corso. E si diresse verso il porto di Lampedusa per mettere i migranti salvati qualche giorno prima al riparo dai ceffoni di una tempesta.

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Da allora il clima non è cambiato. "Davanti a questa vergogna, di fronte alla criminalizzazione della flotta della società civile che viene costantemente ostacolata dal governo italiano e dai governi europei la risposta migliore che possiamo dare è una sola: tornare in mare, innanzitutto e sempre a tutela della vita e dei diritti di donne, uomini e bambini che affrontano il mare per fuggire dall'inferno libico", spiega Alessandro Metz, armatore sociale e portavoce di Mediterranea Saving Humans.

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Il riferimento è ai fatti delle ultime settimane. “Da Moria - dice Mediterranea-, dove migliaia di persone sono prigioniere delle fiamme e di scelte politiche criminali, al mercantile Maersk Etienne, in un limbo punitivo da oltre un mese. Unica colpa: aver salvato 27 persone che rischiavano di morire annegate”.

Proprio oggi papa Francesco ha ribadito: "Non accettiamo mai che chi cerca speranza per mare muoia senza ricevere soccorso". Aggiungendo: "Certo, l'accoglienza e una dignitosa integrazione sono tappe di un processo non facile; tuttavia, è impensabile poterlo affrontare innalzando muri".

Intanto 18 pescatori di Mazara del Vallo sono ancora prigionieri delle forze del generale Haftar. La riprova che in Libia, al di là delle ipocrisie di circostanza, non ci sono “amici”. Il comandante Marrone lo sa da più di trent’anni. La prima volta che i militari di Tripoli gli sequestrarono una nave era 1982. I Paesi del Nordafrica avevano preso l’abitudine di catturare pescherecci italiani per contrattare su altre partite: scambi commerciali, giurisdizione sulle acque, contrabbandi vari. A distanza di tempo sono cambiati i personaggi, ma lo spartito è uguale. Con un’aggravante: “In Libia - denuncia l’organizzazione italiana - si continua a morire e la cosiddetta guardia costiera libica è ancora considerata dai nostri governi un valido interlocutore da finanziare”.

Ricordando quello che accadde nel marzo 2019, Marrone ripete: "Chi sta in mare lo sa. Chi ha un senso di umanità lo sa. Che i motori non si spengono e che le vite si salvano".

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