martedì 6 marzo 2018
Eletti simboli dell'antimafia ma altri non ce la fanno

Il tema dell’antimafia, della lotta alle mafie sembra non aver premiato ugualmente in queste elezioni. Candidati simbolo eletti e altri no, sia testimoni di giustizia che sindaci coraggio, o politici fortemente impegnati. Mentre ce la fanno politici sotto inchiesta. Un risultato di non facile lettura, dopo una campagna elettorale nella quale il tema del contrasto alla criminalità organizzata è praticamente scomparso, malgrado la presenza come candidati di personaggi che hanno lottato e lottano ancora contro le mafie. È il caso di Piera Aiello, testimone di giustizia con Paolo Borsellino, quando il magistrato era procuratore di Marsala, ed eletta proprio in questo collegio con oltre il 51% per il M5S. Scelse di collaborare dopo l’uccisione del marito mafioso, aprendo la strada alla scelta analoga della cognata Rita Atria, la 'picciridda', che dopo la morte di Borsellino, 'zio Paolo', si tolse la vita mentre si trovava in un’abitazione protetta. Piera da allora ha vissuto lontano, quasi clandestina. E anche la sua campagna elettorale è stata 'senza volto', senza incontri con gli elettori, che però l’hanno premiata. Non così un altro testimone di giustizia, il calabrese Pino Masciari, anche lui candidato M5S, ma in Piemonte, collegio di Settimo Torinese. L’imprenditore che aveva detto di 'no' alla ’ndrangheta, è arrivato secondo col 28,4%, decisamente staccato dalla candidata del centrodestra, Maria Virginia Tiraboschi, arrivata al 39,5%.

Sorte simile a metà per Paolo Siani, fratello di Giancarlo, il giovane giornalista del Mattino, ucciso dalla camorra nel 1985. Medico pediatra, impegnato da sempre sul fronte della legalità, in particolare assieme agli altri familiari delle vittime delle mafie, Paolo Siani rimane vittima del crollo del Pd in Campania, e nel collegio San Carlo all’Arena, dove correva come indipendente, arriva solo secondo dopo la candidata del M5S, Doriana Sarli, militante storica, che supera il 48%. Ma Siani rientra come capolista al plurinominale. E comunque, col suo 21,56% all’uninominale, più di 25mila preferenze, incassa quasi quattromila voti più del partito ed è l’unico a superare il 20% assieme al 'maestro di strada' Marco Rossi Doria, che però arriva solo terzo nel suo collegio.

Niente da fare per le due ex 'sindache coraggio' calabresi, Elisabetta Tripodi e Maria Carmela Lanzetta, più volte minacciate e vittime di attentati, entrambe candidate del Pd. La prima, ex primo cittadino di Rosarno, arriva solo terza col 14,%% nel collegio uninominale di Gioia Tauro, dopo centrodestra e M5S. E a Rosarno la Lega, con lo slogan 'Rosarno ai rosarnesi', prende 864 voti, il 17,81%, il doppio del Pd, mentre a San Ferdinando, dove si trovano le tendopoli-baraccopoli dei migranti, arriva all’11,74%. Dati da far riflettere. La Lanzetta, già ministro per gli Affari regionali nel governo Renzi, si piazza seconda nel plurinominale ma il Pd prende un solo senatore, in una regione dove il M5S fa quasi l’en plein. «Ma è stata una bella battaglia, ne valeva la pena», ci dice. L’eletto democratico è l’attuale vicepresidente della regione, Antonio Viscomi, membro del direttivo di Avviso pubblico, l’associazione tra comuni e regioni per la formazione civile contro le mafie.

Simboli dell’antimafia che non ce la fanno, mentre vengono eletti politici sotto inchiesta. È così rieletto in Senato con Forza Italia, Luigi Cesaro, capolista nel collegio di Salerno, raggiunto da un avviso di garanzia per voto di scambio. Non passa invece Antonio d’Alì che deve tornare davanti ai giudici per mafia, battuto in Sicilia nel collegio di Trapani. Proprio lì dove invece è stata eletta Piera Aiello.

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