venerdì 1 febbraio 2019
La nave della Ong “dirottata” con l’obiettivo di consegnarla alle inchieste della Procura. Adulti all'hot spot di Messina, i minori restano in città
Sbarcati i 47, ma la Sea Watch non può lasciare il porto

La Sea Watch non può lasciare il porto di Catania per «una serie di non conformità relative sia alla sicurezza della navigazione che al rispetto della normativa in materia di tutela dell'ambiente marino». Lo riferisce venerdì mattina il Comando Generale delle Capitanerie di Porto. Fino alla risoluzione delle irregolarità la nave resterà dunque bloccata a Catania.

»La Guardia Costiera ci notifica il blocco per non conformità su sicurezza navigazione e normativa ambientale. Le autorità, sotto chiara pressione politica, sono alla ricerca di ogni pretesto tecnico per fermare l'attività di soccorso in mare» scrive su Twitter la Ong Sea Watch.

Lo sbarco dei 47 migranti

Alle 10 di giovedì mattina la nave Sea Watch è attraccata nel porto di Catania scortata da alcune navi militari tra le urla di gioia dei migranti a bordo e gli applausi delle persone assiepate sul molo. Dopo due ore e mezzo tutti i 47 migranti erano sbarcati. Gli adulti sono stati caricati su un bus che li ha condotti all'hotspot di Messina dove saranno identificati. Nei prossimi giorni saranno redistribuiti nei Paesi europei che si sono offerti di accoglierli: non solo i primi sei, ma anche altri che si sono resi disponibili. L'Italia accoglierà una sola persona, secondo quanto detto dal ministro Salvini. I 15 minori invece sono stati accompagnati in un centro del Cnca di Catania, che aderisce al Fami (Fondo asilo migrazione e integrazione) e a ciascuno di loro è stato assegnato un tutore legale.

Subito dopo è iniziata l'ispezione a bordo della Guardia costiera, della Capitaneria e della Squadra mobile di Catania. I controlli sono partiti dalla plancia di comando. Sono stati esaminati prima i registri di bordo e tutte le comunicazioni, poi tutta la nave, compreso l'equipaggiamento.

L'equipaggio e il comandante sono stati sentiti sulle operazioni che hanno portato al salvataggio dei 47 naufraghi. A quanto si è saputo, non sono previsti interrogatori in Procura, né risulta che ci siano indagati. Nei giorni scorsi la stessa ong aveva spiegato che "l'Olanda aveva detto a Sea Watch che avrebbe valutato se la Tunisia poteva essere un porto rifugio. L'Olanda ha quindi richiesto alle autorità tunisine di verificare questa possibilità ma non ha mai ricevuto risposta a questa richiesta. E Sea Watch non ha mai avuto risposta". A quel punto, a fronte anche del peggioramento delle condizioni meteo, si è deciso di fare rotta verso l'Italia, ritenuta la più sicura, a tutela dei migranti e dell'equipaggio. Tesi che sarebbe stata sostenuta anche oggi a bordo del natante davanti agli investigatori.

Il ministro dell'Interno, intervenuto a Porta a Porta, ha detto invece che a carico della Sea Watch ci sarebbero "più elementi di irregolarità. Col mare in tempesta invece di andare in Tunisia sono venuti in Italia. Quanto meno strano".

La rotta verso Siracusa si rivela una trappola

Mercoledì notte quando Sea Watch, in piena notte, caracollando nel buio puntava la prua verso Catania tutti hanno capito che l’epoca dei salvataggi in mare appartiene al passato.

La rotta verso Siracusa alla fine si è rivelata una trappola. Nelle ore in cui la nave umanitaria viene dirottata ai piedi dell’Etna, dal governo arriva l’annuncio che potrebbe segnare il definitivo colpo di grazia per i migranti che cercano salvezza tra le onde. L’esecutivo intende infatti varare un divieto alla navigazione per tutte le navi umanitarie, richiamandosi all’articolo 83 del Codice della navigazione. Prima, però, un colpo di scena. Il verricello dell’ancora della Sea Watch rimane incastrato e e bordo sono saliti i tecnici della Guardia costiera che, d’accordo con l’equipaggio, hanno rinviato l’arrivo a Catania nella mattinata di oggi. Poco prima era arrivata la conferma della ridistribuzione in sette Paesi Ue: Italia, Francia, Germania, Lussemburgo, Portogallo, Romania e Malta.

Al momento verranno condotti nell’hotspot di Messina, mentre sui minori vi sono incertezze. Al dodicesimo giorno di attesa, dopo ore di tensione a bordo e sulla terraferma, l’ordine di lasciare Siracusa è giunto nel tardo pomeriggio. Direzione Catania. Da giorni nei corridoi degli uffici giudiziari e nelle stanze di polizia si sapeva che da Roma 'faranno di tutto' per consegnare la Sea Watch alle inchieste finora senza esito del procuratore Carmelo Zuccaro.

STRATEGIA DELLA TENSIONE di Marco Tarquinio

E così, nonostante la baia aretusea sia una delle più militarizzate d’Italia, si è scelto di infliggere ai migranti della Sea Watch altre ore di navigazione al buio pur di far attraccare la nave nel porto etneo. La competenza investigativa passerà di mano dalla procura di Siracusa - che fino a ieri insisteva nel ribadire che non vi sono state irregolarità nelle scelte dell’equipaggio - a quella di Catania dove da due anni il pool di magistrati ipotizza connessioni tra Ong e trafficanti, vedendosi quasi sempre respingere i provvedimenti dai giudici delle indagini preliminari.

In Italia resteranno i 15 minori, le cui storie sono state raccolte nel fascicolo con cui il Tribunale dei minorenni di Catania ha disposto la presa in carico da parte dei servizi territoriali di Siracusa. Per i 15 minorenni, che non potranno lasciare l’Italia, finisce un’odissea, ma potrebbe cominciarne una giudiziaria. Inizialmente erano stati assegnati ai servizi sociali di Siracusa, ma lo sbarco a Catania potrebbe far cambiare destinazione. Hanno tra i 14 e i 17 anni. Vengono da Senegal, Guinea Bissau e Sudan. Tre di loro raccontano la prigionia in Libia ancora senza darsi un perché. 'Ci picchiavano senza motivo. Violenza e crudeltà'. I segni delle percosse se li porteranno per sempre. Agli psicologi hanno spiegato di avere 'un incubo ricorrente: essere costretti a tornare in Libia'. Uno di loro ha smesso per alcuni giorni di parlare.

L’Europa può gestire il fenomeno migranti ma ci vuole al più presto almeno un 'accordo temporaneo' tra Paesi 'volenterosi' in modo da poter fare gli sbarchi 'senza provocare ogni volta tensioni' internazionali e senza 'intossicare' il dibattito per fini politico-elettorali. Questa la posizione espressa dall’Alto commissario dell’agenzia Onu per i rifugiati (Acnur), Filippo Grandi. Nei giorni scorsi sulle scelte dei governi era piovuta la condanna della Croce Rossa. 'Anche durante la guerra, quando l’odio e la divisione fanno parte del tessuto quotidiano del discorso politico, i naufraghi sono protetti, grazie alla Convenzione di Ginevra.

Oggi non c’è guerra nel Mediterraneo: l’Unione europea è in pace. Eppure nessuno sta proteggendo la vita delle persone che sfuggono alla tortura e allo stupro in Libia', è l’accusa di Francesco Rocca, il presidente della Federazione internazionale della Croce Rossa. 'Com’è possibile che le persone possano rappresentare una tale minaccia per l’intera Unione europea? Salvare vite umane ribadisce Rocca - deve essere la priorità di tutti i governi. Chiediamo ai governi europei di trovare una soluzione duratura che prevenga ulteriori morti nel Mediterraneo'.

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