mercoledì 10 ottobre 2018
Moavero: Tripoli non può essere considerato un porto sicuro. Salvini: canali aperti per i profughi delle guerre
«Tripoli non è un porto sicuro». La dichiarazione del ministro Moavero arriva mentre prosegue la missione Mediterranea

«Tripoli non è un porto sicuro». La dichiarazione del ministro Moavero arriva mentre prosegue la missione Mediterranea

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«In senso stretto e giuridico, la Libia non può essere considerata porto sicuro, e come tale infatti viene trattata dalle varie navi che effettuano dei salvataggi». Una valutazione netta, che lascia poco spazio a fraintendimenti e che non arriva da enti umanitari, ma dal ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi. Il capo della diplomazia italiana non ricorre a giri di parole per affrontare la domanda diretta rivoltagli dai cronisti nel corso di una conferenza stampa alla Farnesina, insieme all’omologa ministra norvegese Ine Marie Eriksen Søreide. Anche lei concorda: «L’Europa salva le persone in mare, ma le condizioni di sicurezza in Libia ci preoccupano». Sul piano del diritto, argomenta il ministro, «la nozione di porto sicuro e di Paese sicuro è legata a convenzioni internazionali, che attualmente non sono state tutte sottoscritte dalla Libia».

Ma lo status quo non è accettabile, prosegue Moavero Milanesi: «Dobbiamo intensificare il nostro impegno affinché la normalizzazione della Libia porti questo Paese pienamente nell’alveo della comunità internazionale, col rispetto dei diritti umani e dei diritti fondamentali», osserva, nella convinzione che «i Paesi europei, e in particolare l’Italia sono molto impegnati nel processo di stabilizzazione della Libia». Un percorso difficile ma necessario, che vedrà nella conferenza di novembre a Palermo una nuova tappa.

Da giurista, il ministro Moavero Milanesi si ferma a una valutazione sul piano dei trattati internazionali. Ma la sua voce si somma alle denunce di organismi internazionali, a partire da quelle delle Nazioni unite. Il segretario generale Antonio Guterres, in un rapporto del 24 agosto, ha confermato che in Libia «migranti e rifugiati hanno continuato ad essere vulnerabili», sottoposti «a privazione della libertà e detenzione arbitraria in luoghi ufficiali e non ufficiali». E a settembre, l’Alto commissario Onu per i rifugiati Filippo Grandi lo ha ribadito: «No, la Libia non è un paese di sbarco sicuro».

In Parlamento, le valutazioni della Farnesina vengono accolte con favore da Nicola Fratoianni (Sinistra italiana-Leu): «Bene. Sono parole importanti. Ma ora seguano i fatti. Si smetta di fare la guerra a chi opera nel Mar Mediterraneo centrale per salvare vite in pericolo e si riaprano i porti italiani. E sarebbe buona cosa sospendere l’invio delle nostre motovedette alla guardia costiera libica».
Da Lione, intanto – dov’è in corso il vertice del «G6» (Italia, Francia, Germania, Regno Unito, Spagna e Polonia, più Marocco) sul terrorismo internazionale – il ministro dell’Interno Matteo Salvini torna sul nodo dei flussi migratori e annuncia di voler «riaprire corridoi umanitari che possano portare in Italia in aereo, non sui barconi, decine di donne e bambini in fuga dalla guerra. Sto lavorando con alcune comunità cattoliche e conto di accogliere a Fiumicino, già in questo mese di ottobre, persone che meritano di essere aiutate».

Il riferimento, secondo verifiche effettuate da Avvenire, è a una cosiddetta «evacuazione umanitaria» di 75-100 richiedenti asilo (fra cui numerose donne, vittime di abusi, e bambini) fatti uscire dai centri di detenzione libici, in collaborazione con i funzionari dell’Acnur.

Potrebbero arrivare nei prossimi giorni, a spese dello Stato, ed essere affidati all’accoglienza di comunità cattoliche. Nel dicembre 2017 e a febbraio, sono avvenute altre due «evacuazioni umanitarie» (in collaborazione con Cei e Caritas) di circa 300 persone. L’altro strumento – i "corridoi umanitari", aperti grazie all’iniziativa e ai fondi di Comunità di Sant’Egidio, Tavola Valdese e Federazione Comunità evangeliche italiane e della Cei – ha portato finora sul suolo europeo circa 1.600 profughi da Siria e Corno d’Africa. E un altro migliaio dovrebbe arrivare in futuro, in base a accordi firmati dal governo Gentiloni.

Da Lione, Salvini insiste ancora sulla riforma del Regolamento di Dublino («Se non ci pensa Bruxelles, facciamo da soli») e chiude la porta in faccia a Berlino sui trasferimenti dei "dublinanti", i profughi da rispedire nei Paesi di primo ingresso Ue: «Aerei carichi di migranti dalla Germania non arriveranno. Non c’è negli accordi, dovrebbero essere rimpatri singoli. L’aereo di cui si parlava, giovedì non ci sarà».

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