mercoledì 25 luglio 2018
Copertura al 22% (serve il 33% per l’Ue). Ma i fondi non bastano. Soltanto 4 regioni in regola. Il ritardo abissale del Sud, con la Calabria ferma al 6%
Mancano i fondi per l’obiettivo copertura al 33 per cento

Bambini italiani in cerca di asilo. Sui servizi per la primissima infanzia l’Italia è ancora lontana dagli obiettivi, peraltro modesti, fissati dall’Europa. Il traguardo – asili nido per almeno il 33% dei bambini sotto i 3 anni – è rispettato solo in un quarto delle regioni italiane. La media nazionale, di poco superiore al 22%, nasconde enormi differenze territoriali: dal quasi 40% della Valle d’Aosta si sprofonda al 6% della Campania. Passi avanti ne sono stati fatti, grazie allo sforzo messo in campo dallo Stato: nel 2007 la copertura media era del 14%. Ma ancora resta da fare per potenziare una rete di servizi essenziale, non di rado decisivi nella propensione ad avere un figlio in più o in meno.

E allora i fondi statali spesi finora, 1,15 miliardi, e i circa 200 milioni l’anno stanziati dalla "Buona scuola" sono insufficienti. E sono molto al di sotto dello sforzo dei comuni, che negli stessi anni hanno stanziato 8,4 miliardi. Una spesa cui contribuiscono anche le famiglie, con oltre il 20% della quota dei costi del servizio.

A radiografare la realtà degli asili nido è l’Ufficio valutazione Impatto (Uvi) del Senato, nel dossier Chiedo asilo, sottotitolo Perché in Italia mancano i nidi (e cosa si sta facendo per recuperare il ritardo) presentato oggi in occasione del primo anno di attività dell’organismo. Dall’analisi emerge che - dati 2014 - il settore privato copre circa l’11% dell’utenza. Per raggiungere la quota del 33% occorrerebbe dunque che i servizi sostenuti da finanziamenti pubblici accogliessero un altro 22% dei bambini tra 0/3 anni, raddoppiando il numero attuale di utenti: nel 2014 erano 197.328. Dal punto di vista territoriale i nidi, oggi nel 55% dei comuni, dovranno passare al 75%. Ovvero posti per 343.583 bambini, ben 162.421 in più.

Le strutture per la prima infanzia non sono importanti solo nella battaglia contro la denatalità. L’Uvi sottolinea come spendere per l’infanzia svantaggiata porta vantaggi a tutto il Paese, determinando «anche un rilevante ritorno economico». A dirlo è James Heckman, Nobel per l’economia nel 2000: valutando gli interventi socio-educativi sui bambini, l’economista ha stimato «rendimenti tra il 7% e il 10% annui». Insomma, «gli investimenti in salute, educazione e protezione sociale nelle prime epoche della vita, già dalla gravidanza, producono un ritorno economico ben superiore a quello prodotto da interventi in età successive».

Anche sugli asili nido l’Italia viaggia a velocità diverse. L’obiettivo europeo di renderli disponibili ad almeno un bambino su tre è rispettato in Val d’Aosta (39,9%), Umbria (37,2), Emilia-Romagna (35,7), provincia di Trento (33,1). Seguono Liguria, Lombardia, Friuli-Venezia Giulia e Veneto (tra il 28,8 e il 25,5). Problematica la disponibilità al Sud. A parte la Sardegna (27,9), tutte le regioni sono sotto la media nazionale: Molise (21,7), Basilicata (14,3), Puglia (12,6), Sicilia (9,9), Calabria (8,7), Campania (6,6).

Lo Stato ha affrontato un sforzo non indifferente per cercare di adeguarsi agli obiettivi fissati dal Consiglio europeo di Barcellona che nel 2002 ha invitato gli stati membri a raggiungere il traguardo del 33% Cosa è stato fatto finora? Nel 2007 il governo Prodi II vara un piano straordinario, nell’anno scolastico 2007/2008 il Miur sperimenta le sezioni primavera anticipando a 2 anni l’ingresso nella materna. La finanziaria 2007 puntava a 40 mila nuovi posti, visto che nel 2004 la media nazionale era all’11,4%, con regioni, come la Calabria all’1,7%.

Nel 2011 il Berlusconi IV vara il Pac, piano di azione e coesione. Nel 2017 Gentiloni avvia il piano di azione nazionale per il sistema integrato zero/sei. Complessivamente nel decennio lo Stato ha stanziato 1,15 miliardi, circa 100 l’anno. Calabria, Campania, Sicilia e Puglia ne hanno assorbito da sole il 60%. Poi è arrivata la riforma della Buona scuola che ha rilanciato il piano nidi stanziando, per il 2017 la cifra di 209 milioni, per il 2018 altri 224 e 239 per il prossimo anno. Previsto un ruolo di indirizzo per il Miur, una cabina di regia, un buono-nido fino a 150 euro al mese per aziende pubbliche e private, una soglia massima per le famiglie, monitoraggio regionale.

Basterà? L’Uvi calcola che per raggiungere quota 33% occorre raddoppiare i posti nei nidi a finanziamento pubblico, oggi fermi a quota 181.162. Servirebbero quasi 2,6 miliardi per creare i nuovi posti e oltre 2,7 per gestirli tutti. Se comuni e famiglie continueranno ad assicurare la loro quota attuale di 1.480 milioni l’anno, per le nuove spese di gestione serviranno altri 1.104 milioni, di cui un 30% dalle Regioni. I 239 milioni previsti per il 2019, dunque, «non sembrano essere sufficienti per raggiungere, e mantenere, una copertura del 33%». La palla ora è al governo gialloverde. Le promesse del M5s di smantellare la riforma di Renzi - pentastellati i ministri di Istruzione e Economia - e di rilanciare la scuola pubblica saranno messe alla prova a fine anno.


Cos’è l’Uvi
L’organismo del Senato che “dà i voti” alle leggi

«Prima conoscere, poi discutere, poi deliberare». Luigi Einaudi, economista piemontese e secondo presidente della Repubblica, aveva individuato quale deve essere la bussola del buon legislatore. È la filosofia cui si ispira l’Ufficio valutazione impatto del Senato (Uvi), nato nel 2015. Guidato da un gruppo di lavoro presieduto dal presidente del Senato, l’Uvi ha cominciato a pubblicare le sue ricerche il 1° agosto 2017. Organismo tecnico, si propone di analizzare con imparzialità gli effetti dei provvedimenti legislativi e diffondere la cultura della valutazione dentro il perimetro istituzionale. Il metodo è la realizzazione di analisi d’impatto e di valutazione delle politiche pubbliche basate su riscontri fattuali dei rischi, dei rapporti costi-benefici e costi-efficacia. Perché, come sosteneva Luigi Einaudi, «le leggi frettolose partoriscono nuove leggi intese ad emendare, a perfezionare; ma le nuove essendo dettate dall’urgenza di rimediare a difetti propri di quelle male studiate, sono inapplicabili, se non a costo di sotterfugi, e fa d’uopo perfezionarle ancora, sicché ben presto diventa tutto un groviglio inestricabile».

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