giovedì 6 settembre 2012
​«Da quando ho cominciato a occuparmi di gioco d’azzardo mi sono arrivate lettere di donne disperate perché il marito sperperava tutto al videopoker. Famiglie finite nel gorgo del sovraindebitamento e dell’usura. E poi appelli di associazioni, sacerdoti, sindacati. Ora vogliamo approvare una normativa che non vuole certo impedire il gioco, perché siamo in un Paese libero, ma limitarne gli effetti negativi sulle fasce più deboli della popolazione». Il ministro Andrea Riccardi, che ha la delega alla famiglia, non nasconde la soddisfazione per il varo in Consiglio dei ministri del primo pacchetto di norme per regolamentare un mercato ora troppo invasivo.Qualcuno ha citato lo Stato etico che dice al cittadino come usare i suoi soldi.Il gioco è un’abitudine antica e non è mai stato nelle intenzioni dell’esecutivo vietarlo. Nessun proibizionismo, ma è giusto che gli italiani siano efficacemente informati sulle reali possibilità di vincita al gioco. E che ne conoscano i rischi. Un paese civile lascia liberi i suoi cittadini di giocare i propri soldi, ma li rende consapevoli. Come per il fumo: nessuno vuole proibirlo, ma sulle sigarette c’è scritto che è pericoloso. E ne è vietata la vendita ai minori.Servirà il giro di vite sugli spot?È indispensabile un’attenzione speciale ai soggetti più deboli. Ecco allora che i programmi televisivi visti dai ragazzi saranno protetti dagli spot sul gioco, come pure il divieto nei cinema o sui periodici giovanili. Altrettanto importante sarà indicare le possibilità di vittoria: una norma di trasparenza di fronte a spot che inneggiavano un po’ troppo alla fortuna che cambia la vita.Nel governo c’è stato lavoro di squadra? C’è chi ha frenato?Ho lavorato molto bene col ministro della Salute Renato Balduzzi. Abbiamo ascoltato le associazioni dei ludopatici e il volontariato. Ma anche dei gestori e dei concessionari: tra gli addetti ai lavori c’è la consapevolezza di tutelare i minori. E c’è il sostegno politico di tutti i gruppi parlamentari: in Senato c’erano diverse proposte, la Camera ha fatto molte audizioni. Non c’è contraddizione tra lo Stato che guadagna col gioco e lo Stato che lo regolamenta?Il gioco d’azzardo è anche una fonte di entrate pubbliche, è noto. Ci ha spinto a intervenire la preoccupazione per gli aspetti patologici. Non possiamo disinteressarci di chi si impiglia nelle patologie da gioco, in nome della convenienza per l’erario. Se lo Stato guadagna dal gioco, a maggior ragione deve aiutare chi cade nella ludopatia, ora definita come malattia. Come per le conseguenze del fumo.Quasi 90 miliardi giocati nel 2011, oltre 100 entro l’anno. Cresce la voglia di gioco?La crisi alimenta le speranze miracolistiche. C’è una catena pericolosa tra gioco d’azzardo, indebitamento e usura che va spezzata. Mi preoccupa anche l’aspetto culturale della mutazione del rapporto tra giocatore e gioco. La componente socializzante dei giochi di carte o in famiglia sparisce, e l’uomo è sempre più solo davanti alla macchina: il computer per giocare al casinò virtuale on line, il videopoker, la slot-machine. E un dato su cui riflettere.
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