mercoledì 11 luglio 2018
La responsabile della Difesa a colloquio con Avvenire; sì a un sindacato dei militari. E sul ruolo delle Ong: basta con questo eccesso di demonizzazione
Elisabetta Trenta in una foto dell'Ufficio stampa della Difesa

Elisabetta Trenta in una foto dell'Ufficio stampa della Difesa

Sul muro bianco c’è una grande carta geografica. I Paesi dove sono morti i nostri militari sono colorati di rosso. 54 caduti in Afganistan, 34 in Iraq, 23 in Congo, 15 in Somalia, 13 in Bosnia... Sotto, su un monitor luminoso, scorrono i volti dei caduti italiani. Alcune foto sono a colori, altre in bianco e nero. La sala d’attesa al primo piano del ministero della Difesa è intitolata a loro, agli "eroi della pace". Leggiamo quei nomi e quei cognomi. Poi i luoghi e le date di nascita. E quelli di morte. Cinque minuti più tardi saliamo una rampa di scale e incontriamo Elisabetta Trenta. Ripartiamo da lì. Da quelle foto. Da quei militari morti per la pace. Da quell’impegno spesso non capito fino in fondo e non premiato come meriterebbe.

«I militari devono stare bene», ripete a voce bassa il ministro della Difesa. Aspettiamo di capire e lei va avanti spiegando che cosa ha in mente quando dice "stare bene". «Penso al grande tema dei diritti. Diritto alla Salute. Diritto sindacale. Diritto a vivere una vita familiare piena. Non sono parole. Non sono promesse generiche. Credo profondamente a quello che le sto dicendo: quei diritti non vanno compressi, vanno rispettati fino in fondo».

Capiamo quello che sta per prendere forma dietro quel messaggio: il sindacato per le forze armate, una risposta alle troppe vittime dell’uranio impoverito, i ricongiungimenti familiari. Vogliamo capire, ma il ministro ci ferma con un gesto della mano e si sposta sui diritti dei migranti. «Il diritto di assicurare un asilo a chi fugge dalla guerra. Il diritto di arrivare e trovare un lavoro. Anche questi sono diritti, eccome se lo sono. Ho guardato cento volte le foto di migranti e ho pensato sempre una cosa: una famiglia che mette un figlio su un barcone sperando di regalargli la vita va solo aiutata»

E invece c’è chi vuole chiudere il Mediterraneo...
Il Mediterraneo è sempre stato un mare aperto e continuerà ad esserlo. L’apertura è la sua ricchezza. La strada è regolamentare, non chiudere. La parola accoglienza è bella, la parola respingimenti è brutta. Poi accogliere si può declinare in mille maniere. E si può, anzi si deve, legare accoglienza a legalità.

La vicenda della Lifeline racconta un’altra storia.
Serviva dare una scossa all’Europa. E la forzatura ha avuto un senso, una sua forza. Ma nessuno ha mai abbandonato i migranti. La nostra Guardia costiera è sempre stata vicina a quegli uomini e a quelle donne e a quei bambini. L’Italia non si gira dall’altra parte. Non l’ha fatto e non lo farà.

Mi racconti questa Europa con 3 aggettivi.
Chiusa, distratta e impaurita.

Anche l’ultimo vertice non è stato risolutivo.
Il presidente del Consiglio Conte sull’immigrazione è stato bravo. È stato un gran regista: capace di tenere insieme il governo e determinato a far passare una linea italiana ai tavoli europei.

I risultati del lavoro del governo però ancora non sono, almeno fino ad ora, così chiari.
Non è così. Ora chi arriva su una nostra costa non arriva in Italia, arriva in Europa. Vedrete saremo capaci di strappare l’Unione dal torpore. Di pretendere un impegno nuovo. Per sfidare una drammatica povertà che piega i Paesi africani. E per contribuire a trovare una soluzione ai conflitti che condannano un continente a sofferenze e a instabilità.

Le Ong sono "colpevoli" o "innocenti"?
Dico basta a una eccessiva demonizzazione che non mi convince e non mi piace. C'è una maggioranza di organizzazioni luminose. Poi c’è anche qualche mela marcia che sfrutta l’emergenza migranti per fare business. La sfida - lo ripeto - è coniugare accoglienza e rigore. E capire che a volte si agisce per il bene e non sempre si arriva al bene. Soprattutto se manca un’azione coordinata.

Torniamo ai diritti. Da vent’anni i reduci dalle missioni Nato in Afghanistan, Bosnia, Kosovo e Iraq si ammalano per le conseguenze dal contatto con l’uranio impoverito.
Ho letto la relazione finale della commissione parlamentare d’inchiesta. Ho letto la denuncia degli «assordanti silenzi» generalmente mantenuti dalle Autorità di governo. Bene ora io quei silenzi assordanti voglio cancellarli. E per farlo voglio proprio partire dai risultati di una commissione che ha lavorato in modo approfondito. Non sarà una caccia alle streghe, ma lavoreremo per arrivare a una verità completa.

I generali non capiranno...
Sbaglia: i generali hanno a cuore ogni vita di ogni soldato.

Una sentenza della Corte Costituzionale apre la strada a un sindacato dei militari. Ora però tocca alla politica.
Come ministero daremo pieno appoggio al progetto. E, parallelamente, tutto il sostegno tecnico a cominciare dal mio consigliere giuridico. Io ci sono, il mio ministero c’è, ma il vero via libera dovrà essere quello del Parlamento e la mia speranza è che si arrivi a un sì condiviso capace di unire maggioranza e minoranze. Serve un’intesa larga perché i diritti non hanno un colore politico.

Un sindacato dei militari non sarà un sindacato come gli altri?
Beh, il diritto allo sciopero per un militare non esiste, ma questo i primi a spiegarcelo sono proprio i militari. Detto questo un sindacato sarà una conquista perché un soggetto esterno alla Difesa saprà rappresentare in maniera autonoma e indipendente i nostri militari.

Il tema dei ricongiungimenti familiari è l’ultimo fronte del grande capitolo diritti.
le farei leggere le lettere dei nostri militari. Mi chiedono aiuto. Mi raccontano le loro vite complicate: la famiglia in Sicilia, la caserma in Friuli. Non posso incidere sul singolo caso: sono il ministro della Difesa. E non ho la bacchetta magica. Ma il problema c’è e va affrontato politicamente e io ho il dovere di dare un indirizzo.

La prossima settimana presenterà le linee programmatiche.
Sì e il tema dei diritti prenderà forma. Un militare ha il diritto di programmarsi una vita come qualsiasi altro lavoratore. Voglio che si apra un grande dibattito sui diritti. Che vengano ascoltati militari e Stati maggiori. Però si cominci. Subito e con grande decisione.

È una conversazione dove le grandi questioni politiche si accavallano alle riflessioni più private. Elisabetta Trenta racconta la sua vita con semplicità. E con la consapevolezza che l’attende un lavoro complicato. La sfidiamo con una domanda diretta: quale risultato si aspetta? Il ministro ci guarda in silenzio. Solo pochi secondi. «Mi aspetto di essere capace a spiegare e di essere capita.. Proviamo a dire quello che pensiamo, vedrà che riusciremo a essere contagiosi», ripete questa volta netta. Per qualche minuto parliamo della difficoltà di comunicare. «Sa mi hanno chiamata ministro bombarola... Facebook qualche volta ti mette davanti immagini tristi, ma io non rinuncio a rispondere alle critiche... No, non sono un ministro bombarola. Credo nella pace, ho marciato sotto la bandiera della pace. La vita fa capire cose e modifica pensieri. Non condividevo nulla della missione in Iraq poi, tra il 2005 e il 2006, ho passato laggiù nove mesi e ho compreso il vero ruolo dell’Italia e la nostra incredibile capacità di portare pace, di impegnarci per garantire stabilità. In Iraq ci hanno capito, in Italia no. Lì ci chiedevano di aprire un consolato, qui qualcuno strillava "dieci-cento-mille Nasiriya". Non capivano e la colpa era anche di chi non sapeva spiegare». Spiegare. Magari cominciando dal capitolo più spinoso, quello degli F35. «Una eredità complicata e io, con grande onestà, posso solo dirle che non sono così sicura che avrei fatto quella stessa scelta. Ora però abbiamo preso degli impegni e per cambiare linea serve riflessione e responsabilità. Bisogna valutare i pro e i contro. Bisogna pensare e solo dopo decidere». È solo una parentesi. Oggi il ministro della Difesa sarà a Bruxelles per prendere parte al vertice Nato: «Chiederemo una alleanza più versatile e flessibile, che oltre ad Est sappia guardare anche al Sud, al Mediterraneo». Poi, a fine mese, sarà la volta del viaggio in Libia. «Sarà una visita importante, quel Paese ha bisogno del sostegno italiano nel lungo processo di stabilizzazione e noi vogliamo esserci, vogliamo che il popolo libico cominci quanto prima a camminare da solo e a reggersi sulle proprie gambe».

CHI È ELISABETTA TRENTA

Oltre all’intelligence, la sicurezza e la gestione di situazioni di conflitto come Iraq, Libano e Libia, Elisabetta Trenta ha un’altra passione: la danza. Tra le competenze artistiche, nel suo curriculum cita «la musica, la chitarra e l’organo». E scrive: «Ho studiato per molti anni danza classica e praticato la salsa e il tango argentino. Studio e danzo i balli popolari italiani e amo la scrittura giornalistica». Vicedirettore del master in Intelligence e sicurezza della Link Campus University, capitano della riserva selezionata del corpo di amministrazione e commissario dell’Esercito, Elisabetta Trenta è stata nominata ministro in quota 5 Stelle. La sua corsa è iniziata senza rodaggio, tra trattative con la Libia, uno scontro con Parigi sui migranti e la gestione delle missioni militari. Qui potrà avvalersi dell’esperienza fatta a SudgestAid, una piccola ma dinamica società che opera in situazioni di post-conflitto, quali gli attuali scenari in Iraq, Afghanistan, Libia, Yemen e Libano. Il neo ministro se la cava poi bene con le lingue straniere: ha un’ottima conoscenza dell’inglese, un livello intermedio di conoscenza del francese e del russo, e nozioni di spagnolo e arabo.

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