La sociologa. Il supermarket gioca d'azzardo. Gratta & vinci per chi fa la spesa


Caterina Dall’Olio domenica 12 febbraio 2017
A Bologna il caso del «montepremi» per chi va a fare la spesa. E uno studio spiega: monitor, luci e suoni per ingannare chi "gioca"
Il supermarket gioca d'azzardo. Gratta & vinci per chi fa la spesa

Con dieci euro di spesa, in omaggio due gratta e vinci per un monte premi fino a 100mila euro. Non un buono spesa da utilizzare la volta successiva, non dei bollini per piatti o stoviglie da cucina, non della cancelleria per la scuola dei figli e nipoti. No, due gratta e vinci. Succede a Bologna, in un supermercato di una nota catena che ha negozi in tutta Italia, in pieno centro storico. La consuetudine c’è dal 2013, a cadenze regolari, e vi aderiscono i singoli esercizi di questa catena in modo autonomo.

Caso vuole che due di quei gratta e vinci siano capitati nelle mani di Carla Landuzzi, sociologa dell’Università di Bologna, e membro del consiglio d’amministrazione della Fondazione Ipsser (Istituto petroniano di Studi sociali dell’Emilia Roma- gna), che da anni dedica le sue ricerche e le sue energie a combattere il fenomeno dei disagi causati dal gioco d’azzardo. «Regalare i gratta e vinci al supermercato è una mossa molto astuta di marketing, e un atto criminale, allo stesso tempo – spiega la sociologa –. È evidente che anche chi non ha l’abitudine di utilizzare il proprio denaro per acquistare biglietti di lotteria istantanea, in questo modo ci si avvicina ingenuamente, come se fosse la cosa più innocente del mondo.

E il tetto minimo di dieci euro di spesa, va da sé, è ridicolo: oggi prendendo quattro cose al supermercato, sei già arrivato a dieci euro alla cassa. Quindi sono alla portata di tutti». In questi mesi l’Ipsser ha sviluppato una ricerca, incentrata su Bologna, che evidenzia le nuove derive del gioco d’azzardo finalizzate ad aumentare la dipendenza dei giocatori. Intere équipe di esperti, procedure sempre più semplificate e perfino sensori nei monitor: tutto con l’obiettivo di «rafforzare la coazione al gioco e impedire che il giocatore si alzi dallo sgabello - spiega la studiosa -. Nelle slot house tutto è a portata di mano, la luce è soffusa, in modo da non distinguere il giorno dalla notte, per non sentire lo scorrere del tempo, i suoni sono continui e ipnotici, gli odori sono allettanti».

E tutto questo non è casuale: è una tradizione che viene dai paesi anglosassoni e che sta arrivando anche da noi, quella di coinvolgere professionalità di alto livello che hanno come obiettivo quello di 'arpionare' i giocatori, attrarli verso il gioco e poi trattenerli il più possibile. In campo, oltre agli esperti di ingegneria e architettura, anche antropologi, sociologi e psicologi, che strutturano un mercato diviso per target sempre più precisi. Studiano le età, le fasce di reddito, e le connessioni online più soggettive per portare clienti da più parti del mondo web.

«Anche per questo motivo il gioco d’azzardo è ormai un mondo di gente solitaria – spiega Landuzzi –. Nel-l’offerta infinita del web si trovano i portali più adatti a ogni singolo individuo. Sono disponibili sempre, 24 ore su 24, non ti spingono a uscire di casa, perché sono accessibili ovunque, non hanno limiti di età e non hanno bisogno di iterazione con altri. Figurarsi con i giovani, hanno avuto un successo strepitoso, e oggi, dopo i pensionati, sono la categoria più a rischio».

A proposito di pensione: c’è un ultimo terribile aspetto, ovvero quello che fa leva sulla fragilità dei diritti. «Non c’è diritto alla pensione o alla casa? Allora ecco i giochi che mettono in palio un vitalizio o un’abitazione, per sfruttare i punti deboli del sociale - spiega ancora la sociologa -. E via quindi di finte promesse, sogni che rimangono comunque irrealizzabili, perché le probabilità di vincere, è noto, sono infinitesimali, e a farne le spese sono le fasce più deboli, con sostanze economiche limitate, che non fanno altro che impoverirsi e isolarsi sempre di più». Il fenomeno è in piena espansione, e i dati a disposizione lo dimostrano: i pazienti presi in carico dal dipartimento di salute mentale dell’Ausl bolognese sono passati dai 35 del 2012 ai 171 del 2015.

Ma secondo una stima dell’osservatorio epidemiologico, per ogni giocatore patologico ce ne sono almeno 15 che non si rivolgono ai servizi. Questo dà l’idea di quanto sommerso ci sia e di quanto il problema sia molto più esteso di quello che appare.

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