mercoledì 11 luglio 2018
La sentenza delle sezioni unite civili della Cassazione riporta in primo piano il contributo alla famiglia, e non solo l'indipendenza economica degli ex coniugi. Ecco i nuovi criteri
Foto dall'archivio Siciliani

Foto dall'archivio Siciliani

Dietrofront sull’assegno di divorzio. Non si torna all’antico e superato totem del «mantenimento del tenore di vita», dominante negli ultimi 30 anni, ma non si abbraccia nemmeno il criterio emerso prepotentemente da poco più di un anno della «mancanza di indipendenza economica».


Da oggi avvocati e giudici dovranno considerare una terza via, più rassicurante per l’ex coniuge «debole» e quindi soprattutto per le donne. Le Sezioni Unite civili della Corte di Cassazione hanno stabilito che l’assegno di divorzio ha natura sì assistenziale e dunque deve tenere conto «delle rispettive condizioni economico-patrimoniali», ma in uguale misura «compensativa e perequativa». Il che vuol dire che bisogna considerare quanto il coniuge che richiede l’assegno ha contribuito alla «formazione del patrimonio comune e personale», oltre alla sua età, alla sua possibilità di lavorare in futuro e alla durata del matrimonio. In pratica, se una donna lavora e guadagna un buon stipendio, questo la rende economicamente autonoma ma non le preclude l’assegno di divorzio da parte dell’ex marito, se può dimostrare che grazie alla sua dedizione e al suo impegno la famiglia è cresciuta e ha acquisito benessere nel corso del matrimonio.

La decisione della Cassazione orienta in modo diverso la giurisprudenza che stava prendendo piede dopo la sentenza sul divorzio dell’ex ministro dell’Economia Vittorio Grilli del maggio 2017, che escludeva il parametro del «precedente tenore di vita» – in questo caso decisamente altissimo – da quelli usati per calcolare l’importo dell’assegno di divorzio all’ex moglie. La donna era benestante di suo, quindi niente soldi.

A farne le spese anche Veronica Lario, che nel novembre 2017 si vide cancellare dalla Corte d’appello di Milano l’assegno di 1,4 milioni di euro al mese pagato da Silvio Berlusconi perché già poteva godere di un «tenore di vita elevatissimo» grazie al patrimonio accumulato durante il matrimonio. Ora Veronica Lario può legittimamente sperare di riavere la sua «rendita». E, ovviamente, non solo lei. Secondo i nuovi principi, ai quali ogni Tribunale dovrà attenersi, l’importo dell’assegno sarà calcolato valutando ciascuna storia familiare, senza automatismi. «Ci sarà maggiore equità nei divorzi – commenta l’Associazione avvocati matrimonialisti italiani –. Da questo momento i coniugi più deboli che proveranno di essere stati artefici della crescita dell’altro, riceveranno un assegno di divorzio, anche se indipendenti economicamente. Pertanto la Cassazione tutelerà, anche per motivi costituzionali, l’impegno dei coniugi e la loro dedizione, anche in caso di fine del loro matrimoni».

Conterà dunque la componente «compensativa» dell’assegno, dunque, accanto a quella «perequativa», per riequilibrare i redditi di ciascuno. Per fare un esempio: il fatto che la moglie lavori, abbia un buon stipendio e dunque sia economicamente indipendente non sarà sufficiente per escludere l’assegno di divorzio a carico del marito imprenditore o libero professionista, come suggeriva la sentenza Grilli. E questo non per il vecchio principio del «mantenimento del tenore di vita», ma per il contributo che la moglie ha dato al percorso professionale del marito.

La vicenda

Il 10 maggio 2017 la prima sezione civile della Cassazione ribaltò la giurisprudenza applicata da 27 anni, secondo la quale il diritto a ricevere un assegno divorzile fosse da rinvenire nella "inadeguatezza dei mezzi del coniuge a mantenere il tenore di vita goduto in costanza di matrimonio".

Cosa stabilì la Cassazione?

La Cassazione stabilì che il parametro non fosse più il tenore di vita, bensì "l'indipendenza o l'autosufficienza economica" dell'ex coniuge. Si chiudeva così la causa di divorzio che vedeva opposto l'ex ministro Vittorio Grilli alla ex moglie Lisa Lowenstein, con un principio di diritto "rivoluzionario", che escludeva dunque il tenore di vita dai criteri di cui tenere conto per l'assegno di mantenimento. Un orientamento, questo, confermato in sentenze di merito e dalla stessa Cassazione con successive pronunce, nelle quali veniva puntualizzata, di volta in volta, la cornice nella quale il giudice poteva muoversi, ma il tenore di vita sembrava ormai del tutto accantonato.

Il "ricorso" alle Sezioni Unite civili

Era stato il primo presidente Giovanni Canzio, in pensione dal 31 dicembre scorso, a decidere, nelle ultime settimane alla guida della Corte, di trasmettere gli atti alle sezioni unite civili, data la questione "di massima importanza e rilevanza" e visto l'interesse suscitato per la vita di un gran numero di persone.

La sentenza

La sentenza è arrivata tre mesi dopo l'udienza. "Ai fini del riconoscimento dell'assegno - scrivono le sezioni unite - si deve adottare un criterio composito che, alla luce della valutazione comparativa delle rispettive condizioni economico-patrimoniali, dia particolare rilievo al contributo fornito dall'ex coniuge richiedente alla formazione del patrimonio comune e personale, in relazione alla durata del matrimonio, alle potenzialità reddituali future ed all'età dell'avente diritto".

"Il parametro così indicato - si legge ancora - si fonda sui principi costituzionali di pari dignità e di solidarietà che permeano l'unione matrimoniale anche dopo lo scioglimento del vincolo".

Il principio sancito oggi dalla Cassazione, che riporta al centro della questione il contributo che l'ex coniuge ha portato nella vita familiare, sarà quindi il fulcro delle prossime decisioni che la Corte di Cassazione dovrà prendere nell'ambito di cause di divorzio tuttora pendenti: una di queste è quella che vede opposti Silvio Berlusconi e l'ex moglie Veronica Lario, la quale, nello scorso gennaio, ha impugnato la sentenza pronunciata a novembre dalla Corte d'appello di Milano che aveva azzerato il maxiassegno
riconosciutole in primo grado (1,4 milioni al mese) e disposto la restituzione a Berlusconi di circa 45 milioni di euro, proprio applicando l'orientamento che era stato stabilito dalla sentenza Grilli e oggi rivisto dai giudici della Cassazione.

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