giovedì 5 luglio 2018
l Parlamento europeo si è spaccato in due al voto sulla proposta di direttiva per la riforma del copyright. A votare a favore 278 eurodeputati, mentre i no sono stati 318 e 31 gli astenuti.
Il Parlamento Ue a Strasburgo (Ansa)

Il Parlamento Ue a Strasburgo (Ansa)

La Plenaria del Parlamento europeo a Strasburgo ha votato contro l'avvio dei negoziati fra Parlamento, Consiglio e Commissione Ue sulla proposta di direttiva per la riforma del copyright. Il testo tornerà a essere esaminato e votato dalla prossima sessione plenaria del Parlamento europeo a settembre

L'Europarlamento si presentava completamente spaccato al voto: nessun gruppo politico, da sinistra a destra, era compatto sulle posizioni del sì o del no per procedere sulla riforma del copyright con Consiglio e Commissione Ue.

Segno che le poste in gioco economiche sono alte, ma anche che la questione è complessa, come ha appena sottolineato pure Giovanni Buttarelli, garante europeo per la Privacy. Le ultime norme europee in materia risalgono al 2001, un’epoca quasi antidiluviana, data la successiva espansione tumultuosa del web. Finora, ai siti collettori di contenuti audiovisivi, come Youtube e Dailymotion, è stato riconosciuto lo status di host "passivi", così come agli aggregatori delle pagine web di testate giornalistiche, sul modello di Google news. Fra i vantaggi, per i siti: nessun obbligo di remunerare autori e proprietari dei contenuti (musicisti, registi ed altri artisti, case di produzione, giornalisti ed editori), così come nessuna responsabilità per le frequenti violazioni dei diritti d’autore.

Ma con la trasformazione dei siti in colossi planetari, questa liberalità ha finito per produrre effetti imprevisti e indesiderati. Attorno ai nuovi padroni dell’economia digitale, a cominciare dal quartetto statunitense Google, Apple, Facebook, Amazon (i "Gafa"), i creatori e gli editori hanno raccolto spesso solo le briciole della nuova torta economica, generata in particolare dalla pubblicità sul web. Eppure, buona parte dei ricavi poggia proprio sui contenuti artistici, autoriali e giornalistici in circolazione. Discussa nei palazzi eruopei fin dal 2016, la nuova bozza di direttiva mira ad arginare queste crescenti sperequazioni. Se dovesse passare, sarà poi discussa con Consiglio europeo e Commissione e quindi tornerà al voto dell’Europarlamento.

Licenza per le piattaforme che fanno informazione

Al centro dell’aspra diatriba fra difensori del copyright e sostenitori della "libertà di Internet", c’è anche l’articolo 11 della bozza, che introduce il principio di licenze rilasciate, su pagamento di canoni, alle piattaforme che fagocitano articoli, reportage ed altri contenuti giornalistici. Nulla sarà obbligatorio. Ma gli editori avranno il diritto di aprire negoziati per esigere una remunerazione. Potrebbe dunque profilarsi la fine della condivisione di notizie nei termini attuali, interpretati come una forma d’accaparramento abusivo.
L’eurodeputato popolare tedesco Axel Voss, relatore della direttiva nell’emiciclo, spiega che occorre vedere la questione come un problema di giustizia contro il dilagare di abusi telematici tanto sottili, quanto nocivi: «Si tratta d’imprese enormi, che fanno miliardi di dollari con il lavoro di altri. Queste imprese devono pagare per il lavoro fatto dagli altri». Ha ringhiato pure il liberale francese Jean-Marie Cavada, ex giornalista già a capo della radio pubblica transalpina, per il quale i "Gafa" «parlano di libertà, ma pensano solo ai soldi». Per lui, si tratta di «una questione di democrazia».

Garanzie sul copyright degli autori

A proposito delle frequenti violazioni del diritto d’autore su Internet, la direttiva chiede invece ai big digitali di assumere nuove responsabilità, esercitando in particolare un controllo e un filtraggio obbligatori sui contenuti immessi dagli utenti. L’articolo 13 vorrebbe così chiudere l’epoca della presunta neutralità delle piattaforme. I contratti sul copyright fra i big di Internet e i detentori dei diritti saranno estesi anche ai contenuti postati dagli utenti. Dei siti come Youtube non potranno più ignorare le violazioni o fingere di non averle viste.

Inoltre, gli autori avranno il diritto di reclamare un surplus di remunerazione quando questa è "sproporzionatamente" debole. Da giorni, in proposito, dei collettivi di musicisti ed altri artisti europei invitano a considerare "liberticida" proprio il sistema attuale, dato che molti giovani autori stentano spesso a vivere, anche quando le loro creazioni circolano copiosamente nel web. La direttiva mira a difendere il «diritto degli autori di contenuti audiovisivi a una giusta remunerazione».

Grande incertezza sul voto di oggi

Dopo le risicate maggioranze viste finora durante l’iter travagliato della bozza, il voto di oggi in plenaria s’annuncia estremamente incerto, oltre che saturo di tensioni. Anche gli eurodeputati italiani sono avanzati in ordine relativamente sparso. Nelle ultime ore, inoltre, certi parlamentari hanno rivelato di aver subìto pressioni di ogni tipo. Non solo frequenti saturazioni delle caselle email causate da campagne mirate di spamming, ma anche intimidazioni personali, come nel caso della tedesca Helga Trupel (Verdi), o della francese Virginie Rozière (S&D).

In Italia, Confindustria Digitale, attraverso il suo presidente Elio Catania, ha denunciato le ambiguità del testo. Anche la famosa enciclopedia partecipativa Wikipedia si è schierata contro la direttiva, oscurando per protesta le sue pagine in Italia, poi pure in Spagna, Lettonia ed Estonia. Ma i promotori della bozza, denunciando le "campagne di fake news" in circolazione, assicurano che i siti collaborativi non lucrativi resteranno zona franca, così come gli usi di tipo scolastico, universitario o museale.

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