venerdì 1 giugno 2018
In cinque anni sono più che triplicate le concessioni di cittadinanza. Un terzo ha meno di 15 anni
(Ansa)

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I nuovi italiani sono sempre di più. Anche nel 2017, ricordano i dati Istat elaborati dalla Fondazione Ismu alla vigilia della Festa della Repubblica, è stato registrato un nuovo record di acquisizioni di cittadinanza: 224mila. Negli anni precedenti il numero dei nuovi cittadini è costantemente cresciuto: si è passati dai 65mila del 2012 ai 101mila del 2013, ai 130mila del 2014, per arrivare ai 178mila nel 2015 e ai 202mila nel 2016. In totale, negli ultimi sei anni, i nuovi cittadini sono stati 900mila (cifra che sale a 1,1 milioni se consideriamo l’ultimo decennio). Questo trend ha fatto dell’Italia il Paese d’Europa di gran lunga al primo posto per numero di acquisizioni di cittadinanza. Per quasi un terzo, i nuovi italiani hanno meno di 15 anni (64mila rispetto alle 202mila acquisizioni complessive del 2016) e saranno quindi destinati a generare figli con nazionalità italiana, contribuendo a infondere sangue giovane in un Paese vecchio.

«La popolazione italiana – commenta il sociologo, Maurizio Ambrosini – sta diventando sempre più plurale e diversificata. Un processo controverso, che non è ben visto da tutti, soprattutto da chi crede ancora che l’Italia debba essere “Una d’arme, di lingua, d’altare, di memorie, di sangue e di cor”, come cantava il Manzoni in Marzo 1821. Non è più così e questi dati ci dicono che, sempre più, avremo, invece, italiani con la pelle scura e gli occhi a mandorla».

Rispetto alla totalità della popolazione straniera residente, l’Italia ha dato la cittadinanza al 4,01%, ovvero a circa uno straniero su 25. Il dato, ricorda l’Ismu, è inferiore all’incidenza registrata in Croazia (9,71%), Svezia (7,93%) e Portogallo (al 6,46%), mentre è superiore ai valori registrati in Germania (1,30%, laddove non si è mai raggiunto neanche l’1,70% nell’ultimo decennio) e nel Regno Unito (2,65%), ma anche in Spagna e nei Paesi Bassi (3,42% in entrambi questi due Stati). «Come si vede, non c’è nessuna invasione», sottolinea Ambrosini, che non si fa nemmeno soverchie illusioni circa la capacità, dei nuovi cittadini, di far uscire l’Italia dall’inverno demografico in cui è, da molto tempo ormai, precipitata. «Non ci invaderanno ma nemmeno ci salveranno» aggiunge il ricercatore sociale, che ricorda come, tra il 2012 e il 2016, le nascite da genitori immigrati siano passate da 80mila a 69mila l’anno.

Per quanto riguarda, invece, le nazionalità di chi ha acquisito la cittadinanza italiana, al primo posto ci sono gli albanesi con 37mila neocittadini nel 2016, seguiti dai marocchini (35mila), dai rumeni (13mila) e dagli indiani (10mila). Circa l’appartenenza religiosa, invece, recenti stime di Ismu dicono che il 49,4% (560mila persone) di chi ha acquisito la cittadinanza italiana sia musulmano. «I musulmani hanno cioè recentemente acquisito la cittadinanza italiana in misura relativamente superiore a quanto abbiano fatto i cristiani e gli altri gruppi nazionali che risiedono nel nostro Paese», si legge nel rapporto Ismu. «Questo fenomeno – spiega Ambrosini – è dovuto ad almeno due fattori. Il primo, molto banalmente, è legato alla circostanza che i musulmani sono arrivati prima in Italia. Trent’anni fa l’immigrazione era quasi esclusivamente musulmana, proveniente dall’Africa sub-sahariana. Dagli anni ’90 in poi sono arrivati anche i cittadini dei Paesi dell’Est europeo, che oggi sono la maggioranza. Quella che osserviamo ora è, insomma, l’onda lunga di quella prima immigrazione».

La seconda ragione della crescita dei musulmani è, secondo Ambrosini, strettamente legata alle politiche migratorie messe in campo dal governo. «Più si pongono ostacoli e più si agita lo spettro dello scontro di civiltà – sottolinea il sociologo – e più gli immigrati, che raggiungono i requisiti di legge richiesti, si difendono acquisendo la cittadinanza. Sta avvenendo negli Usa, dopo la stretta di Trump e nel Regno Unito dopo la Brexit. Da noi – prosegue Ambrosini – il confronto non sarà, dunque, più tra italiani e stranieri, ma sempre di più tra italiani e nuovi italiani che, particolare non secondario, possono votare. La politica farebbe bene a tenerne conto, lavorando per costruire in Italia un islam collaborativo e dialogante, capace di entrare in rapporto con le religioni presenti nel territorio, a partire dalla cattolica».

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