sabato 13 gennaio 2018
Molti in visita al missionario laico che dorme sui cartoni per chiedere un tetto e assistenza per i più vulnerabili
Fratel Biagio Conte, nel suo giaciglio di cartone, a Palermo

Fratel Biagio Conte, nel suo giaciglio di cartone, a Palermo

Biagio Conte ha superato i dolori addominali tipici dei primi giorni di digiuno, ma continua a tossire. Non è facile vivere per strada, con solo un cartone tra il proprio corpo e il marmo freddo del pavimento. Ma il missionario laico palermitano è lì, sotto il colonnato delle Poste centrali di via Roma, da mercoledì sera per sensibilizzare la città e le istituzioni sull’urgente problema della povertà, quella estrema che uccide i senzatetto per strada, quella subdola che logora le famiglie e le condanna alla disperazione. «I poveri hanno bisogno di tutti noi, ma anche noi abbiamo bisogno dei poveri, altrimenti saremo infelici», ripete a tutti coloro che vanno a trovarlo, disteso per terra, circondato dai suoi volontari.

E sono tanti i cittadini, ma anche i rappresentanti delle istituzioni, i sacerdoti, che si inginocchiano sui cartoni accanto a lui, per non lasciarlo solo. C’è un fiume di gente che sale la scalinata delle Poste. Palermo sembra rispondere al grido dei poveri, dei senzatetto, dei disoccupati. Accanto a Biagio, di notte, coperti da plaid e coperte, sono rimasti Joseph e Antonio, che vivono e operano alla missione Speranza e Carità che ospita già oltre mille poveri, e da Catania è arrivato Riccardo Rossi, giornalista e volontario della comunità di Biagio da tanti anni.

«Quando ieri mattina abbiamo cercato un bar che ci permettesse di usare il bagno, non lo abbiamo trovato. Avevano il giornale in mano, ma forse non avevano neppure letto l’articolo», si rammarica Riccardo. Ora dopo ora, il flusso di persone è stato continuo e costante. Arriva l’assessore comunale alle Attività sociali, Giuseppe Mattina, a sostenere l’iniziativa del fondatore della missione, ribadendo l’impegno dell’amministrazione a utilizzare i 4 milioni del Pon Metro per dare risposte a chi vive ai margini. Arrivano persone che, in un modo o nel-l’altro, hanno ricevuto un aiuto dalla missione. Nel pomeriggio, il porticato si trasforma in un polo musicale: Halleluja di Coen, Let it be dei Beatles, Laudato si’. «Che ci fai qui - esclama una donna con abiti musulmani e il velo sul capo -. Non potrò mai dimenticare quello che hai fatto per me, per mio nipote. Mai. Il Signore ti benedica» e gli stringe le mani tra le sue.

Don Cosimo Scordato dell’associazione San Saverio da sempre attiva all’Albergheria, nel centro storico, condivide il senso della protesta. «Abbiamo proposto di trovare un immobile, una caserma, un bene confiscato, un convento, da affidare a Biagio perché vengano accolte queste altre centinaia di persone che vivono in strada - dice don Cosimo - Bisogna esplorare questa possibilità, perché Biagio lo sa fare». In mattinata arriva anche il deputato regionale Udc, Vincenzo Figuccia, e decide di restare lì per l’intera giornata.

L’assessore-lampo della giunta regionale di Nello Musumeci (si è poi dimesso in polemica) è ancora scosso dall’esperienza di aver trovato un senzatetto morto in strada il pomeriggio di Capodanno. «Sono accanto a Biagio, per far sentire la vicinanza di chi dentro le istituzioni non vuole essere indifferente alla povertà, ai disagi, alle sofferenze. Non mi muoverò da qui fino a quando non si prenderà coscienza che a Palermo come in qualsiasi città non si può morire per strada». Il presidente dell’Ordine dei giornalisti, Giulio Francese, arriva con un articolo scritto da lui sulla missione nel lontano 1994.

A questa città e alle istituzioni, il missionario rivolge un nuovo messaggio: «L’umanità deve essere solidale verso chi è privo di beni essenziali e muore di fame, verso chi, profugo, cerca un rifugio per sé e per i suoi bambini che saranno gli uomini e le donne del futuro». Poi si rivolge a tutte le istituzioni, laiche e religiose, al Papa, al vescovo, ai rappresentanti delle varie religioni sul territorio, al sindaco, al presidente della Regione, al Capo dello Stato e a tutti i cittadini, chiedendo «di rispondere al male con la preghiera, il digiuno e le opere, prima che sia troppo tardi».

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