lunedì 21 gennaio 2019
La preghiera del Papa per le vittime dei naufragi, oltre 170 persone hanno perso la vita in mare. Per la Sea Watch nessuna indicazione per l'approdo: a bordo le 47 persone salvate
 Papa prega per le vittime. Cento riportati in Libia, 47 in mare senza porto
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Dopo la strage in mare di venerdì con 117 persone morte in mare nell'indifferenza di chi ha le competenze dei soccorsi, la Libia sulla carta e di chi rimpalla le responsabilità ad altri Paesi, come Malta e l'Italia, domenica un SOS disperato lanciato da un’imbarcazione in difficoltà aveva fatto temere per la sorte di altri 100 migranti, che sono rimasti per ore in mare senza che nessuno intervenisse. Soltanto nella notte tra domenica e lunedì è avvenuto il trasbordo dei cento profughi che si trovavano sul barcone in avaria a 50 miglia dalle coste libiche sul mercantile Lady Sham inviato da Tripoli perché i profughi vengano riportati in Libia, il Paese da cui stavano fuggendo.

Domenica il pensiero di papa Francesco è tornato alle vittime dei naufragi in mare, 170 in due naufragi: 117 vittime al largo della Libia, tra cui donne e bambini, e 53 morti nel Mare di Alboran, tra Spagna e Marocco.

LE PAROLE DEL PAPA ALL'ANGELUS

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Nel frattempo il cargo Lady Sham, battente bandiera della Sierra Leone, ha riportato le persone verso il porto di Misurata. «Il ritorno di persone da acque internazionali verso la Libia è contro il diritto internazionale. Non c'è alcun porto sicuro in Libia ad oggi» ha scritto Carlotta Sami, portavoce dell'Acnur su Twitter. «Quando si dice che è stato un successo aver fermato questo barcone, non si considera che questo successo è stato ottenuto sulla pelle delle persone - spiega Sami all'agenzia Redattore sociale -. La
conseguenza sarà solo accrescere il numero di persone nei centri di detenzione, che poi verranno di nuovo messe su un barcone dai trafficanti». «Le persone sono rimaste in mare almeno 15 ore: si parla di ipotermia, di congelamento e forse di un bambino deceduto o comunque grave - spiega -. Ora vengono riportate in un Paese non sicuro, dove non potranno ricevere cure mediche adeguate. Saranno di nuovo nei centri di detenzione, le cui condizioni sono note a tutti. Oggi in Libia ci sono scontri e violenze all'ordine del giorno, ci sono migliaia di libici sfollati. Le persone sono state salvate in acque internazionali non dovevano essere riportate in Libia - conclude la portavoce dell'Unhcr -. Questo si configura come un precedente pericoloso».

Nella giornata di domenica era stato Alarm Phone - il sistema utilizzato dai migranti per dare allarme poi rilanciato dai volontari della Ong Watchformed su tutti i loro social network - a denunciare cosa stesse accadendo sul barcone in avaria con 100 persone a bordo, spiegando anche che avevano chiesto di non informare le autorità libiche della loro posizione.

La prima chiamata era arrivata alle 11 di domenica, in una successiva richiesta di aiuto i migranti hanno detto di avere a bordo anche un bambino «in stato di incoscienza o deceduto» e che tra di loro stava montando il panico. «Roma e Malta ci hanno istruito di contattare la Guardia costiera di Tripoli come autorità competente» per il soccorso, ha comunicato ancora Alarm Phone, aggiungendo di non aver ricevuto «alcuna risposta dalla Guardia costiera di Tripoli. Non possiamo nemmeno confermare che abbiano ricevuto il nostro messaggio. Stiamo chiamando tutti i numeri di telefono, finora senza successo».

L'ODISSEA DELLA SEA WATCH 3 RICOMINCIA DOPO IL SOCCORSO DI 47 PERSONE

Intanto la nave Sea Watch 3 che sabato ha soccorso 47 persone si trova ancora in mare aperto, in attesa di ricevere le indicazioni per un porto di approdo. Indicazioni che al momento non sono arrivate.

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