«Non sappiamo quanti siano i morti nel Mediterraneo perché contiamo solo i corpi recuperati»

Il pm di Gela, Salvatore Vella, racconta dei naufragi di cui si è occupato negli anni agli studenti italiani, francesi e sloveni al Parlamento europeo
April 9, 2026
«Non sappiamo quanti siano i morti nel Mediterraneo perché contiamo solo i corpi recuperati»
I 32 sopravvissuti trasferiti a Lampedusa: sono i superstiti dell'ultimo naufragio avvenuto lo scorso 5 aprile/SeaWatch
 «Non sappiamo quanti siano i morti nel Mediterraneo. Nel 2016, ad esempio, mi sono occupato di un naufragio, la Marina italiana ha salvato circa 200 persone e recuperato 5 corpi. Durante la notte scoprimmo che dentro il barcone affondato c'erano 288 migranti. Quel naufragio, ancora adesso, statisticamente conta 5 decessi. Non sappiamo quante persone hanno perso la vita sulla rotta più pericolosa dell'immigrazione, contiamo soltanto i cadaveri recuperati».
Il procuratore di Gela, Salvatore Vella, parla di immigrazione e racconta dei naufragi di cui si è occupato nell'aula Antall del Parlamento Europeo a margine del dibattito con 250 studenti di 20 istituti scolastici italiani, francesi e sloveni che chiedono il diritto all'identità per i migranti. L'iniziativa, promossa dal Comitato 3 Ottobre,  è un progetto educativo che vede i giovani protagonisti di un confronto diretto con le istituzioni comunitarie sui temi della memoria e dei diritti umani.
Vella dal 2004 si occupa di immigrazione, è stato procuratore aggiunto e procuratore capo facente funzioni di Agrigento. Gli studenti di Cuneo, Saluzzo, Giaveno, Fossano, Brescia, Parabiago, Legnano, Chiari, Crema, Imperia, La Spezia, Genova, Vicenza, Pieve di Soligo, Trento, Roma, Pesaro e Lampedusa, così come quelli di Parigi e Bled che reclamano di passare "Dalla memoria all'azione" sono stati messi davanti alle concrete difficoltà degli operatori dopo un naufragio.

Quella donna e quel bambino seppelliti insieme: non erano madre e figlio 

«Il custode di Porto Empedocle, ad Agrigento,  mi ha raccontato che dopo un naufragio, era il 2010, gli portarono una donna e un bambino da seppellire, non erano madre e figlio. Quell'uomo che aveva sempre seppellito morti - ha raccontato Vella - non se l'è sentita di lasciare il piccolo da solo. Fece una cosa che non è possibile fare in Italia, perché è vietato dalla legge, mise i due corpi nella stessa bara. Il prelievo del Dna viene fatto pochissime volte - ha continuato il magistrato - Fotografiamo i volti, i tatuaggi, i vestiti se li troviamo perché il mare li spoglia quasi subito. Il prelievo del Dna lo facciamo quando c'è la possibilità che una famiglia si faccia avanti, a Lampedusa arrivano centinaia di migliaia di persone all'anno. I corpi non sono pochi. Anche quando riusciamo a prendere il Dna, non abbiamo una banca dati dove andarlo ad inserire perché non esiste».

Una banca dati comune per il riconoscimento delle persone morte in mare

Per Vella «è necessaria una banca dati comune dove riversare elementi di conoscenza che non sono tantissimi, ma ci sono. Invece restano in ogni singolo fascicolo. La banca dati dovrebbe essere gestita da un'agenzia pubblica, possibilmente europea, che non sia la polizia e la magistratura. Perché dobbiamo uscire dal concetto che l'immigrazione è criminalità. E dovremmo avere dei punti d'accesso internazionali a cui le famiglie possono rivolgersi».  È anche l'appello che lancia il Comitato 3 ottobre, nato all’indomani del naufragio del 3 ottobre 2013 al largo delle coste di Lampedusa, in cui hanno perso la vita 368 persone migranti. 

© RIPRODUZIONE RISERVATA