Nella scuola di Napoli dove si usa il metal detector. «Troppe armi, qui è necessario»
di Antonio Averaimo, Napoli
All'istituto tecnico Marie Curie di Ponticelli, la richiesta è arrivata dalla preside dopo un accoltellamento. «Sono strumenti che non tolgono nulla al nostro mandato educativo e ci aiutano a fronteggiare un’emergenza che è sotto gli occhi di tutti»

I metal detector nelle scuole? A Napoli sono già una realtà. La proposta del ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, giunta nelle ore successive all’accoltellamento mortale del 18enne Youssef Abanoub ad opera del 19enne Zouhair Atifin in un istituto professionale della Spezia, ha già trovato infatti applicazione nel Napoletano. E sono stati già 38 gli studenti arrestati o denunciati nella provincia del capoluogo campano, nel solo 2025, per esser stati trovati in possesso di armi. «A metà anno scolastico, già per tre volte la polizia ha controllato i nostri alunni all’ingresso», racconta Valeria Pirone, preside dell’Istituto tecnico Marie Curie di Ponticelli, periferia est del capoluogo campano.
«Sono stata io stessa a chiedere controlli a campione. Nemmeno io vengo avvertita del giorno in cui scatteranno. Mi sono convinta a fare la richiesta dopo un accoltellamento avvenuto nella nostra scuola due anni fa, e avendo ormai la chiara percezione che i coltelli fossero parecchio diffusi tra i miei alunni e, più in generale, tra gli adolescenti italiani», spiega la preside dell’istituto, che sorge in un quartiere con ampie sacche di degrado e si è classificato primo per indice di occupazione, tra le scuole del Napoletano della stessa categoria, nella classifica stilata annualmente dalla Fondazione Agnelli. «La prima volta – ricorda la preside − ci sono stati dei problemi… (sono state trovate armi, ndr). Ora, ogni volta che ci sono questi controlli, che durano circa mezz’ora, l’allarme non suona più. Voglio sottolineare che tutto ciò avviene d’accordo con le famiglie degli studenti e con questi ultimi. E voglio anche dire che una realtà così evidente, com’è la diffusione di armi tra i giovanissimi, non può più essere presa sottogamba. I metal detector non tolgono nulla al mandato educativo della scuola e la aiutano a fronteggiare un’emergenza che è sotto gli occhi di tutti».
Secondo Pirone, però, «ora che è in corso un ampio dibattito politico su queste tematiche, non bisogna commettere l’errore di limitare i controlli solo a contesti ritenuti marginali. Siamo di fronte a un fenomeno nuovo diffuso ampiamente in tutti ceti sociali». Non a caso, l’utilizzo dei metal detector si è reso necessario anche in scuole della cosiddetta Napoli “bene”. Oppure all’ingresso dell’Istituto superiore Morano di Caivano, guidato da Eugenia Carfora, alla cui vita è ispirata la fiction Rai “La preside”, in onda in questo periodo. Anche lì, dove la dirigente scolastica ha portato avanti la sua personale battaglia contro la dispersione scolastica, tre alunni erano stati trovati in possesso di armi da taglio nell’ottobre scorso. Fu la stessa Carfora a segnalare la cosa ai carabinieri.
I controlli nelle scuole del Napoletano anticipano lo schema proposto dal ministro Valditara: il preside li richiede alla Prefettura competente, che a sua volta li dispone. Il prefetto di Napoli, Michele di Bari, ha dato vita poco meno di un anno fa a un piano apposito che prevede l’uso dei metal detector nelle scuole che ne fanno richiesta. Nei giorni scorsi, nel commentare i risultati di questa iniziativa, di Bari ha tuttavia segnalato la necessità di coniugare repressione e prevenzione. «Bisogna continuare a parlare con i ragazzi, far comprendere loro quanto sia pericoloso e sbagliato avere in tasca un coltello. Basta perdere la lucidità anche per un solo attimo per rovinare la vita altrui, oltre quella propria, per sempre», ha detto il prefetto.
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