Sul ritorno dell'Italia al nucleare ci sono poche certezze: cosa sappiamo del ddl appena approvato

Approvato con 81 sì e 51 no il disegno di legge sul nucleare, che impegna il Governo ad adottare entro un anno una disciplina organica del ciclo di vita dell'energia nucleare per favorire la decarbonizzazione e l'indipendenza energetica
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September 23, 2026
Sul ritorno dell'Italia al nucleare ci sono poche certezze: cosa sappiamo del ddl appena approvato
I serbatoi di liquido refrigerante della centrale termonucleare di Trino Vercellese, chiusa nel 1990 / IMAGOECONOMICA
Nessun mega impianto dal sapore “post sovietico”, solo «piccoli reattori», con «una dislocazione molto diversa da quella delle centrali di prima e seconda generazione» e un «ruolo rilevante» delle Regioni per l’individuazione dei siti di costruzione. Gilberto Pichetto Fratin traccia la linea per il ritorno dell’Italia all’atomo, che oggi ha mosso il primo passo con l’approvazione definitiva in Senato del ddl delega sul nucleare, con 81 voti favorevoli, 51 contrari e 7 astenuti. Un testo che porta la firma dello stesso titolare dell’Ambiente e della premier Giorgia Meloni, che all’energia atomica intende affidare il percorso del Paese verso l’autonomia energetica e la decarbonizzazione. Il provvedimento delega il Governo ad adottare entro un anno una disciplina organica del ciclo di vita dell'energia nucleare, per favorire la decarbonizzazione, la sicurezza e l'indipendenza energetica. La legge prevede anche un programma nazionale per il nucleare sostenibile e la fusione, regolando impianti, rifiuti, sicurezza e localizzazione, con il coinvolgimento dei Comuni. Il testo infine contiene misure per la ricerca, la formazione, l'informazione pubblica, le garanzie finanziarie e il riordino delle competenze in materia di sicurezza nucleare.
Vista la natura del provvedimento, il ddl non offre indizi sicuri per capire come si muoverà l’esecutivo. E questa è una delle critiche più ricorrenti tra quelle formulate dall’opposizione, nella convinzione che il Governo punti a una delega ampia con l’obiettivo di avere mano libera sul futuro sviluppo nucleare. In ogni caso, testo alla mano, Palazzo Chigi avrà un anno di tempo dall’approvazione della delega per adottare «uno o più decreti legislativi», che prevedano la definizione di un «programma nazionale per lo sviluppo del nucleare sostenibile», l’indicazione di «strumenti informativi sul ruolo del nucleare per la decarbonizzazione», la «disattivazione e lo smantellamento delle vecchie installazioni» e la «sperimentazione, localizzazione, costruzione ed esercizio di nuovi impianti (fissione e fusione), impianti di fabbricazione e riprocessamento del combustibile, stoccaggio e smaltimento dei rifiuti radioattivi». Ma dovranno essere messe a punto anche «misure per i territori interessati», programmi di «sicurezza, vigilanza e controllo» (si valuta anche l’istituzione di un’autorità dedicata) ed «eventuali forme di sostegno alla produzione».
L’obiettivo, esplicitamente dichiarato all’articolo 3, è la «neutralità carbonica al 2050», assieme alla «sicurezza energetica» e al «contenimento dei costi». Per gli standard di sicurezza si guarda all’Aiea e alla normativa Ue. Mentre per la governance sarà in capo al ministero dell’Ambiente, primo responsabile di «procedimenti abilitativi» sostitutivi delle altre autorizzazioni. Sempre al dicastero guidato da Pichetto saranno destinate le risorse necessarie a implementare il piano nazionale con 20 milioni all’anno per il triennio 2027-2029, oltre a 1,5 milioni per il 2025 e altri 6 milioni per il 2026 per le campagne informative. Il ministro ha anche annunciato l’arrivo imminente in Consiglio dei ministri dei primi decreti attuativi, con l’obiettivo dichiarato di completare la prima centrale entro il 2035.
Di fatto, dunque, i rilievi dell’opposizione, in particolare di Alleanza Verdi-Sinistra, non sono peregrini: la localizzazione e la costruzione degli impianti, la gestione della sicurezza e dei sistemi di radioprotezione, così come quella delle scorie, sono tutti elementi da definire nei decreti attuativi. Sui quali, peraltro, il Parlamento potrà esprimere solo un parere non vincolante: «Gli schemi di ciascun decreto legislativo sono trasmessi alle Camere per l'espressione dei pareri delle Commissioni parlamentari competenti [...] – si legge nel testo –, che si pronunciano entro il termine di trenta giorni dalla data di trasmissione, decorso il quale il decreto legislativo può essere comunque adottato». Dunque, l’esecutivo è sostanzialmente autonomo rispetto al Parlamento, anche perché, prosegue l’articolato, «ove il parere delle Commissioni parlamentari indichi specificamente talune disposizioni come ritenute non conformi ai principi e criteri direttivi di cui all'articolo 3, il Governo, qualora non intenda conformarsi al medesimo parere, trasmette nuovamente i testi alle Camere con le proprie osservazioni e con eventuali modificazioni». E soprattutto «le Commissioni parlamentari possono esprimersi sulle osservazioni del Governo entro il termine di dieci giorni dall'assegnazione, decorso il quale il decreto legislativo può essere comunque adottato». Tuttavia, non tutti fuori dalla maggioranza sono contrari. Azione di Carlo Calenda è da sempre favorevole, ha votato con la maggioranza e non ha presentato nessun emendamento. La richiesta per il Governo da parte del partito è solo quella di fare presto e procedere con i decreti attuativi entro l’anno.

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