Mio fratello Daniel, morto (non per caso) sul lavoro e quel vuoto che non si riempirà

di Anisa Tafa
Oggi la Giornata per le vittime degli incidenti sul lavoro. La commovente lettera di una giovane che ha perso il fratello
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October 11, 2026
Mio fratello Daniel, morto (non per caso) sul lavoro e quel vuoto che non si riempirà
Presidio organizzato dalla Uil nell'ambito della campagna nazionale "Zero morti sul lavoro". La piazza viene allestita con bare di cartone
«Non dobbiamo abituarci alle morti sul lavoro. Non dobbiamo abituarci alla sofferenza. Non dobbiamo abituarci all’idea che un lavoro possa costare la salute o, peggio ancora, la vita». È il messaggio che il presidente nazionale dell’Anmil, Amedeo Bozzer, ha voluto lanciare in occasione della 76^ Giornata nazionale per le vittime degli incidenti sul lavoro, promossa oggi, domenica 11 ottobre, dall’Associazione delle vittime e dei loro familiari a Longarone, in provincia di Belluno, a pochi giorni dal 63° anniversario della tragedia del Vajont. Tra le principali richieste dell’Associazione vi sono l’istituzione di una Procura nazionale del lavoro, per rendere le indagini sugli infortuni più rapide, specializzate ed efficaci, e l’introduzione della fattispecie autonoma del reato di omicidio sul lavoro. Secondo i dati dell’Inail relativi al primi otto mesi del 2026, rispetto allo stesso periodo del 2025, gli infortuni in occasione di lavoro sono aumentati del 5,1% e i decessi del 2%. Per la componente in itinere si registra un incremento delle denunce di infortunio (+7%) e dei casi mortali (+2,7%). Complessivamente, le denunce di infortunio, comprese quelle relative a studenti, pervenute all’Inail entro il mese di agosto 2026 sono state 404.809, in aumento del 5,4% rispetto alle 384.007 di gennaio-agosto 2025. I casi mortali denunciati sono stati rispettivamente 701 contro 681 (+2,9%).
Non ho mai capito perché gli adulti dicano sempre che il tempo cura ogni cosa. Forse lo dicono solo per convincersi che il domani farà meno male dell’oggi, o forse perché non sanno cosa dire quando si trovano davanti a un vuoto che nessuna parola può riempire.
A 19 anni ti dicono che hai tutto il tempo davanti. Che la vita è una strada lunghissima, piena di curve, di scelte, di futuro. Ma per me il tempo si è spezzato un giorno preciso, lasciandomi qui, bloccata tra il prima e il dopo. Il “prima” era fatto di risate improvvise, di passi leggeri in corridoio, del suono della sua voce che riempiva la casa. Il “dopo” è questo silenzio pesante, un silenzio che urla anche quando la casa è del tutto vuota.
Certi giorni il tempo lo misuri in cose piccole, quasi stupide. Un giorno ti ritrovi a letto, al buio, e ti metti a fare il conto alla rovescia con gli occhi sgranati: passi la notte a contare quante ore ti restano per dormire prima che suoni la sveglia. Ti giri dall’altra parte e speri solo di chiudere gli occhi per un po’. Poi arriva il giorno dopo, e ti accorgi che il conto che fai è un altro. Ti ritrovi a fissare il vuoto e a contare quante ore sono già passate da quando tuo fratello non c’è più. Quante ore, quanti minuti, quanti secondi sono trascorsi da quel giorno. E fa un male cane, perché quelle ore continuano a salire, diventano giorni, poi mesi, senza che nessuno possa fermarle.
Ma chi è che decide? Chi è che sceglie quando fermare le cose e quando mandarle avanti? A volte il tempo sembra troppo, gigante, un’infinita distesa di ore vuote che ti schiacciano. Altri giorni non basta mai, vola via in un soffio. Chiunque gestisca questo meccanismo, con noi, è stato cattivo, è stato di un’ingiustizia spietata che costringe a urlare fino a restare senza fiato. Daniel era andato a lavorare. Era uscito di casa per fare il suo dovere, per costruire il suo futuro, e, in un secondo qualunque, un macchinario esplode e una scheggia lo trafigge. Un attimo. È bastata una frazione di secondo per spezzare una vita intera: pochissimi secondi che la fabbrica ha voluto risparmiare eliminando le protezioni e le sicurezze sui macchinari per non rallentare la produzione. Pochi secondi guadagnati sul ritmo dei pezzi da sfornare, barattati spietatamente con il suo futuro e con la sua stessa vita.
La sua morte si poteva evitare. Non è stata una fatalità, ma una tragedia che non doveva accadere e che si poteva e si doveva impedire. Perchè com’è possibile che per una tragedia del genere il tempo basti sempre, mentre non sia bastato per farlo vivere? Mio fratello meritava più tempo. Meritava di tornare a casa la sera, di cenare con noi, di stancarsi, di ridere, di innamorarsi, di diventare vecchio. Meritava tutti gli anni che gli spettavano di diritto. 
E la verità che mi spezza dentro è che io non avevo finito. Non avevo ancora finito di amarlo. Non avevo finito di scherzare con lui, di litigarci, di dirgli le cose, di essere la sua sorellina. Come faccio a contenere tutto l’amore che ho ancora da dargli se lui non è più qui a prenderlo? Mi scoppia il petto. Da quando non c’è più, continuo a guardare le lancette dell’orologio con una rabbia immensa. Loro girano indifferenti. E io mi ritrovo qui, a diciannove anni, incastrata in questo tempo strano: da una parte vado avanti, compio gli anni, cresco... Dall’altra conto ogni singolo istante che mi allontana da lui, che rimane fermo a quel maledetto giorno. 
Forse il tempo non guarisce un bel niente. Non aggiusta quello che si è rotto. Ti insegna solo a vivere con una ferita che non si chiuderà mai. Se potessi mettere le mani su chi controlla il tempo, lo afferrerei per le spalle e gli urlerei di prendersi il mio di tempo, di prenderlo tutto in cambio di quello di mio fratello, se solo questo servisse a farlo tornare qui. Gli darei ogni mio giorno, ogni mio secondo, pur di far ripartire l’orologio di Daniel, perché il suo tempo non finisca mai.
I anno, Corso di laurea in Scienze dell’Educazione, Università degli Studi di Udine

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