Milano, ordinanza del Comune: stop alle consegne dei ridere nelle ore più torride

Il provvedimento resterà valido fino al 23 settembre. Ma i diretti interessati temono per i mancati guadagni
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July 8, 2026
Milano, ordinanza del Comune: stop alle consegne dei ridere nelle ore più torride
Un rider nel centro di Milano/ ANSA
Tutelare la salute dei rider nelle ore più afose del giorno, sospendendo le consegne durante i picchi di calore. È quanto prevede la nuova ordinanza del Comune di Milano, che resterà attiva per i prossimi mesi fino al 23 settembre.
Il provvedimento - che estende alla categoria dei lavoratori delle piattaforme digitali di consegna l’ordinanza regionale del 9 giugno scorso - stabilisce che i soggetti che organizzano, gestiscono, assegnano o intermediano prestazioni di consegna a domicilio mediante piattaforme digitali con l’utilizzo della bicicletta, in qualità di committenti, debbano, oltre a informare subito i propri collaboratori sui livelli di rischio giornaliero, ridurre o sospendere l’assegnazione delle consegne nella fascia oraria 12.30/16, tramite stop automatico o rallentamento dell’algoritmo di assegnazione. Lo svolgimento delle attività dovrà avvenire quindi nelle ore più fresche della giornata; andranno inoltre a disposizione soluzioni per l’approvvigionamento di acqua, di pause e di aree ombreggiate o di ristoro lungo le aree di operatività nelle giornate critiche. Infine le società devono adoperarsi affinché nessun premio o bonus sia legato alla rapidità o al numero di consegne nelle giornate e fasce orarie a rischio elevato.
Intanto, in Regione Lombardia, i consiglieri di opposizione hanno criticato la maggioranza di centrodestra, perché nell’ordinanza del mese scorso non venivano citati i rider. Paola Pizzighini (M5S) ha chiesto che «quanto fatto da Milano diventi un provvedimento strutturale anche a livello regionale», e che cioè con i picchi di caldo «scattino automaticamente tutele obbligatorie per tutti i lavoratori e in tutti i settori, non solo raccomandazioni generiche ». L’assessore al Welfare Guido Bertolaso ha replicato che l’ordinanza regionale del 9 giugno «è stata una delle prime ordinanze adottate a livello nazionale, e che fa riferimento a quelle che sono le misure generali di tutela previste dal decreto legislativo 81 del 2008 che delimitano il perimetro delle professioni da prendere in considerazione ».
Sull’ordinanza di Milano, però, le opinioni di sindacati ed esperti non sono concordi. Favorevole, ad esempio, il segretario confederale Uil Lombardia Vittorio Sarti, per il quale «la salute dei lavoratori viene prima di qualsiasi algoritmo. Con questa ordinanza viene finalmente riconosciuto che anche i ri-der sono esposti a rischi gravissimi durante le ondate di calore e meritano le stesse tutele garantite agli altri lavoratori che operano all’aperto. Un rider vale quanto un operaio, un edile, un lavoratore agricolo o un addetto ai servizi; la sicurezza non può conoscere categorie di serie A e di serie B».
Manuel Giovanati, segretario generale di Felsa Cisl Lombardia, riporta invece i timori dei rider per le ricadute economiche. «La risposta più immediata del rider è: non posso lavorare. La preoccupazione è quella di non avere la possibilità di lavorare in una fascia oraria nella quale producono parecchio: ma è chiaro che bisogna tutelare il diritto alla salute». Anche Paolo Natale, docente di Metodi e tecniche della ricerca sociale dell’Università degli Studi di Milano, autore di numerose ricerche sulle piattaforme di food delivery, ricorda come gli stessi rider sono spesso i primi ad opporsi a queste limitazioni, dato che spesso sono pagati a consegna. Anche per questo, Giovanati ha detto che chiederà un incontro con il Comune «per ragionare insieme. Il diritto alla salute va tutelato, ma va coniugato con il diritto a continuare a lavorare ». Da qui la necessità di individuare soluzioni che garantiscano anche il reddito dei ciclofattorini, ad esempio attraverso «strumenti di sostegno economico da costruire con la contrattazione e con il supporto delle istituzioni».
In realtà alcune piattaforme hanno risolto il problema con un contratto di lavoro che riconosce una regolare paga oraria con alcuni bonus, come ricorda Luigi (nome di fantasia) che ha lavorato come rider. « È il caso di Just Eat, che permette ai lavoratori la multicommittenza, ovvero di poter lavorare anche con altre piattaforme – racconta –. Purtroppo queste sono le classiche situazioni in cui emergono i paradossi della Gig economy. L’altro problema è che queste piattaforme non si comportano come dei datori di lavoro, ma come dei mercati finanziari: più produci, più guadagni».

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