I costi invisibili di un figlio: 24mila euro all’anno

La stima di un ricercatore della Lumsa. Caltabiano (Anfn): «Per questo la nascita di un figlio rappresenta spesso una delle maggiori cause di povertà»
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July 8, 2026
I costi invisibili di un figlio: 24mila euro all’anno
«Crescere un figlio? Costa ai suoi genitori quanto una casa di medie dimensioni di Roma o Milano». Ne è convinto Matteo Rizzolli, romano, papà di sei figli, docente di Economia politica all’università Lumsa. «Secondo la Banca d’Italia – ricostruisce Rizzolli – una coppia di genitori spende, per il proprio figlio, in media, 640 euro al mese (quasi 8mila euro l’anno). Ma è una stima parziale, perché tiene conto solo dei costi diretti: il cibo, i vestiti, la scuola, i trasporti, lo sport. Un mio studente magistrale, Gianmaria Ferretti, lo scorso anno ha provato a sommare a queste voci anche i costi invisibili: il lavoro di cura non pagato, la carriera rallentata se non interrotta, e quindi il reddito perso, soprattutto dalle madri. Arrivando ad una stima ben diversa: un figlio “erode” dalle disponibilità economiche dei genitori (tra spese reali, opportunità mancate e mancati introiti) una cifra superiore ai 24mila euro l’anno. Per diciotto anni. Se fate il conto: quasi 440mila euro per portare un figlio all’indipendenza. Che poi, a 18 anni, indipendenti non lo si è quasi mai».
«È forse per questo che la nascita di un figlio rappresenta per la famiglia italiana una delle maggiori cause di povertà» commenta Alfredo Caltabiano, presidente di Anfn, l’associazione che dal 2004 raduna e dà voce alle famiglie numerose in Italia. E più figli hai, più rischi di scivolare nell’indigenza. Un dato su tutti: «sono quasi 157.400 – secondo Istat – le coppie con almeno tre figli nella soglia di povertà assoluta. Questo significa che almeno una famiglia numerosa su tre si trova in questa condizione» osserva Caltabiano. Il presidente Anfn nel recente festival dell’«Umano tutto intero» promosso dal network «Ditelo sui tetti» rivolgendosi al ministro dell’Economia Giorgetti, è tornato a parlare di politiche familiari strutturali come «la riforma delle riforme»: «serve una fiscalità più equa nei confronti delle famiglie con figli, una profonda revisione dell’Isee, il rafforzamento delle reti territoriali a misura di famiglia e l’approvazione di una legge specifica per le famiglie numerose».
Ventiquattromila euro l’anno, scrivevamo. «Quella cifra è un costo reale, ma invisibile nei bilanci familiari. Ecco perché è così difficile da vedere. E così facile da ignorare politicamente» osserva Rizzolli. Curioso: «Siamo in grado di misurare il Pil al terzo decimale, ma non il costo di crescita di un italiano. Forse perché finché lo trattiamo come una scelta puramente privata, lo Stato non sente il bisogno di misurarlo».
E quanto costa allo Stato - in termini di servizi – accompagnare alla crescita un figlio? «Una stima precisa del costo pubblico per accompagnare un bambino dalla nascita all'indipendenza non esiste. Sappiamo però (e ce lo dice l'indice di giustizia intergenerazionale di Vanhuysse, ricercatore che ha confrontato 29 paesi OCSE) che i paesi dell'Europa del Sud — Italia in testa — per ogni euro speso per una persona non anziana, ne spendono sei per ogni anziano. Non è una critica agli anziani: è una fotografia di dove vanno le risorse pubbliche».
Quel pupo che oggi ha bisogno delle nostre attenzioni, una volta indipendente, quanto «restituirà» al sistema Italia? «Domanda bellissima. E risposta onesta: non lo sappiamo. Non esistono studi che ci dicono quanto versa al sistema un singolo cittadino nel corso della sua vita lavorativa. Quello che sappiamo è che il sistema pensionistico italiano funziona a ripartizione: i lavoratori di oggi pagano le pensioni di oggi. Non è un fondo dove accumuli i tuoi contributi: è un patto intergenerazionale. Fino a pochi decenni fa gli economisti studiavano il dividendo demografico: i vantaggi che la crescita della popolazione porta a un paese — più lavoratori, più gettito fiscale, più innovazione, più consumi. Oggi il problema è esattamente l'inverso: qual è il mancato dividendo demografico? Ogni bambino che non nasce è un contribuente in meno, un insegnante in meno, un medico in meno. I costi della denatalità non appaiono in nessun bilancio pubblico. Non c'è una voce che dice “mancate entrate fiscali da cittadini non nati”. Ma è il debito più silenzioso che stiamo accumulando — e forse il più pesante».

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