Meno studenti, lo stesso preside per più istituti: la scuola ai tempi dello spopolamento

Dietro alla decisione del governo di commissariare quattro Regioni per la questione del dimensionamento scolastico, c'è una sfida importante che riguarda il futuro delle comunità. Cosa ne pensano sindacati e dirigenti scolastici
January 13, 2026
Meno studenti, lo stesso preside per più istituti: la scuola ai tempi dello spopolamento
Lezione in una scuola secondaria di primo grado / IMAGOECONOMICA
Il Governo, nel Consiglio dei Ministri di ieri, ha deciso di commissariare Toscana, Emilia-Romagna, Umbria e Sardegna per non aver adempiuto all’obbligo di presentare i piani di dimensionamento scolastico. La decisione è stata presentata come «inevitabile» dal ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara, perché l’opposizione delle quattro amministrazioni ha di fatto impedito la realizzazione di una riforma prevista dal Pnrr – quella, appunto, del dimensionamento scolastico – già definita dal governo Draghi. In sintesi, si tratta di un modo per far fronte allo spopolamento scolastico: sulla base di un coefficiente fissato a 938 alunni medi per scuola, i piani di dimensionamento scolastico fissano il numero di sedi autonome per regione, quelle per cui è previsto un dirigente scolastico, eseguendo un calcolo per adattare il numero dei presidi al calo degli studenti in tutta Italia. In questo modo i piani prevedono di tagliare 627 posti in tre anni, tra dirigenze e personale amministrativo. È alla rimozione di 69 dirigenze, in particolare, che si sono opposte le quattro Regioni commissariate che, nonostante le pronunce della Corte costituzionale a favore del Governo, ritengono il calcolo inadeguato.
Dietro al dibattito politico, però, c’è una riforma che riguarda la vita di migliaia di studenti e docenti. Non perché il provvedimento metta in pericolo la vita delle centinaia di scuole a rischio accorpamento – «nessun plesso sarà chiuso», assicura il ministro Valditara – ma perché molti istituti, nella fusione, potrebbero perdere il proprio dirigente scolastico. «In prima battuta i plessi non saranno chiusi – commenta ad Avvenire Ivana Barbacci, segretaria nazionale di Cisl Scuola – ma, senza autonomia, le scuole si impoveriscono. A farne le spese saranno soprattutto le aree interne».
Secondo il sindacato, nelle zone montane e nei Comuni a bassa densità abitativa, tutto ruota attorno al taglio degli organici. «Anche se per ora le lezioni resteranno dove sono, l’accorpamento di due o più istituti sotto un unico dirigente scolastico potrebbe avere indirettamente effetti sul taglio di direttori dei servizi, personale Ata, assistenti amministrativi e collaboratori scolastici». Non solo. Lo stesso dirigente scolastico di un istituto accorpato potrebbe doversi muovere tra plessi distanti anche 50 chilometri tra loro, costringendo di fatto alcune scuole a rinunciare alla sua presenza.
Non si tratta di una novità: in molti istituti – montani e non – che non raggiungono il numero minimo di iscrizioni per ottenere un proprio dirigente scolastico, i presidi “reggenti” oggi sono già costretti a muoversi tra plessi molto lontani. «In questo modo nelle aree più depresse del Paese restano poche classi abbandonate – conclude Barbacci –. Così comincia un lento declino delle istituzioni scolastiche che, nelle aree interne, contribuirà allo spopolamento. È una sconfitta per tutti».
In realtà, i problemi degli istituti accorpati dai piani di dimensionamento sono del tutto simili a quelli dei plessi che restano senza dirigenza per carenza di studenti (la soglia minima per ottenere l’assegnazione di un preside tradizionalmente è di 600 alunni, ma si abbassa anche a 300 scolari per alcune scuole montane). Sono circa 350 quest’anno le reggenze in Italia, quasi il 5% delle scuole del Paese. «Non c’è nessuna differenza pratica tra una reggenza e un accorpamento di istituti – commenta Antonello Giannelli, presidente dell’Associazione nazionale presidi (Anp) –, perché il dirigente scolastico è sempre uno per due plessi». Il vantaggio del dimensionamento scolastico, secondo i presidi, sta piuttosto nella continuità: «Dal punto di vista delle scuole – continua Giannelli – è sempre meglio avere un preside per due plessi, invece che un reggente, perché l’incarico dirigenziale dura tre anni e quasi sempre viene confermato per altri tre. Al contrario, un reggente deve essere rinnovato di anno in anno».
Presidi e sindacati concordano su un punto soltanto: ogni soluzione deve tenere conto dello spopolamento delle scuole italiane. La questione è centrale soprattutto nelle aree interne, che contano 13,4 milioni di abitanti su circa 4mila Comuni (dati dal Piano strategico nazionale delle aree interne 2021-27). Gli effetti della denatalità sulla vita dei plessi extraurbani sono già evidenti: negli ultimi anni sono state chiuse oltre 2.600 scuole dell’infanzia e primarie. Secondo le proiezioni Istat, nei prossimi dieci anni l’Italia perderà complessivamente 500mila studenti alle secondarie di secondo grado, 300mila alle secondarie di primo grado e 400mila alle primarie. «È per questo – conclude il presidente dell’Anp – che i presidi devono iniziare a dividersi tra classi piccolissime su territori molto vasti. Ormai la frammentazione è una prassi già a partire dalle elementari».

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