Lydia, Anna, Ketty e le altre 10: le prime sindache d'Italia elette 80 anni fa

Il 10 marzo 1946 le donne andarono alle urne per la prima volta. Pragmatiche e risolute, ecco i loro profili e i programmi. La storica: priorità alle esigenze della gente, come lavatoi, strade, asili
March 10, 2026
Lydia, Anna, Ketty e le altre 10: le prime sindache d'Italia elette 80 anni fa
La votazione dei Deputati all'Assemblea Costituente svolta in concomitanza con il Referendum Istituzionale. Roma, 2 giugno 1946 / ARCHIVIO ANSA
Un’autentica rivoluzione»; «L’inizio di una nuova stagione», «Una svolta». In poche parole: il voto femminile. Era il 10 marzo di 80 anni fa quando le donne, togliendosi il rossetto per non rischiare di rendere invalido il voto con uno sbaffo, per la prima volta in Italia deposero nelle urne le schede per ripristinare la democrazia nei municipi. «Mi tremava un poco la mano», raccontò una elettrice nelle cronache giornalistiche di quello storico giorno. È proprio l’anniversario del 10 marzo e quello ancora più decisivo del 2 giugno 1946 che Sergio Mattarella ha voluto sottolineare nella celebrazione della Giornata internazionale della donna, ieri al Quirinale. Con l’esercizio del diritto di voto, ha ricordato il presidente, le donne «diedero il loro apporto decisivo alla costruzione della nuova Italia».
La nuova Italia
Ed ecco la “nuova Italia” che si delineò dopo le elezioni amministrative, che si svolsero in 5 turni in primavera e in 8 turni l’autunno successivo: 13 furono le prime cittadine elette, “sindache in gonnella”, come le definirono non senza una punta di derisione alcuni giornali dell’epoca. Sei al primo turno di marzo, le altre a seguire; un po’ sorprendentemente, molte al Sud: due in Sardegna (Borutta e Orune), tre in Calabria (Tropea, San Pietro in Amantea, San Sosti). «Ma potrebbero essere anche più di 13», interviene Patrizia Gabrielli, docente di Storia contemporanea all’Università diSiena, che alle prime sindache ha dedicato “Il primo voto. Elettrici ed elette” per Castelvecchi e “Il Comune alle donne. Le dodici sindache del 1946” per Affinità elettive. «Quando finì il loro mandato, di alcune si persero le tracce - continua Gabrielli -, ma negli ultimi anni c’è stato un rinnovato interesse che ha permesso di condurre ulteriori ricerche e riscoprire altre figure femminili». Delle prime sindache, 4 erano laureate (3 in Legge, una in Medicina), 8 avevano figli, le altre erano nubili. La più giovane, Caterina Tufarelli Palumbo, eletta a San Sosti (Cosenza) aveva 24 anni. L’ultima ad essere stata “riscoperta”, cioè la 13esima, è Briseide Verrotti, eletta a Pianella, in provincia di Pescara; aveva 60 anni, era nubile e presidente del terzo ordine carmelitano. «Se nessuna, com’è ovvio, aveva una immediata esperienza politica, avevano però grande esperienza nel sociale», continua Patrizia Gabrielli.
L’elezione di poco più di una dozzina di sindache e di centinaia di consigliere comunali (2000 nel primo turno) ha costituito senz’altro un traguardo eccezionale. Dal punto di vista statistico, va notato però che le sindache rappresentarono una percentuale inferiore allo 0.2% del totale dei 7.105 eletti. Ciò che fu ancora più straordinario fu l’affluenza femminile alle urne. Partecipò l’82% delle ultra21enni - più degli uomini -, una percentuale che crebbe fino all’89 per cento nello storico voto del 2 giugno per la Repubblica e per l’Assemblea Costituente. «Il voto femminile fu capillarmente preparato – continua Gabrielli –; la campagna elettorale fu una vera e propria opera di pedagogia politica grazie all’impegno sul territorio delle due principali associazioni femminili, l’Unione donne italiane (Udi, laica, ndr) e del Centro internazionale femminile (Cif, cattolico, ndr), che peraltro fecero anche un enorme sforzo di verifica dei dati anagrafici delle elettrici».
Le prime sindache ebbero un modo “caratteristico” di amministrare o di imporre priorità?
Pragmatiche e risolute
«Senz’altro si nota una maggiore adesione alla realtà – risponde Gabrielli –. Le sindache partirono dalle esigenze quotidiane dell’Italia da ricostruire: l’approvvigionamento di acqua, la cura dell’infanzia, cose pratiche come i lavatoi, l’illuminazione pubblica, le strade, gli asili. E poi furono molto attente alle tradizioni locali. Ada Natali, eletta a Massa Fermana e poi in Parlamento, nelle Marche costituisce una cooperativa di lavoratrici della paglia. Donna Ninetta Bartoli a Borutta dà vita a una cooperativa di pastori per migliorare la produzione di formaggi. Lydia Toraldo Serra a Tropea si preoccupa di avviare uno stabilimento balneare… ».
Ma siamo sicuri che, come ha detto ieri al Quirinale il presidente Mattarella, il voto del 10 marzo e poi quello del 2 giugno 1946 ponevano fine «a una secolare storia di discriminazione e di emarginazione» e segnavano l’inizio «di una nuova stagione, dove responsabilità, opportunità, diritti valevano per donne e uomini, finalmente su un piano di totale parità»? Sulla carta senz’altro. Ma 80 anni dopo quei primi voti al femminile, per il quale generazioni di donne avevano lottato nei decenni precedenti, davvero possiamo dire che uomini e donne, in politica, sono «finalmente su un piano di totale parità»?
Totale parità?
Il realtà il panorama è ancora in chiaro-scuro, nonostante il fatto che a capo del governo e del principale partito di opposizione ci siano due donne, Giorgia Meloni e Elly Schlein. Dopo le ultime elezioni amministrative, nel 2023, solo l’8,4% dei Comuni capoluogo è retto da sindache, quota che sale al 17% nel totale delle oltre 10mila amministrazioni comunali. Considerando le vicesindache, si sale al 31,8%, mentre le assessore costituiscono il 41% del totale. Le Regioni amministrate da governatrici sono solo due. Insomma, i cambiamenti dal quel 1946 in cui alle donne «tremavano le mani» nel deporre le schede nell’urna ci sono stati, eccome, ma la “rivoluzione” a cui accenna Mattarella non è ancora compiuta. D’altra parte, osserva Giorgia Serughetti, docente di Filosofia politica a Milano Bicocca e autrice di “Potere di altro genere: donne, femminismo e politica” per Donzelli, il “mestiere della politica” continua a essere plasmato su un modello maschile, tanto «che le donne che avanzano nei partiti lo fanno a costo di grandi sacrifici personali, in base ai tempi punitivi per chi ha carichi di cura».
Viene da chiedersi se conciliare incarichi pubblici e famiglia sia più gravoso oggi oppure ai tempi di Lydia Toraldo Serra, mamma di quattro figli. «Avevo tre mesi nel 1946, quando mia madre fu eletta sindaca di Tropea - ha raccontato la figlia Raffaella Toraldo all’Ansa -. Ancora mi allattava e quindi mi portava con lei ovunque. Tornava a casa spesso alle nove di sera. Potete immaginare che nella famiglia fu uno scombussolamento. Ma mio padre non l’ha mai fermata». Dietro una grande donna...
Ecco dunque i nomi delle prime 13 sindache d’Italia, elette nelle diverse tornate elettorali che si sono svolte tra marzo e novembre 1946, le prime a cui parteciparono anche le donne.
1) Elisa Carloni - Castiglion Fibocchi (Partito socialista)
2) Ninetta Bartoli - Borutta (Dc)
3) Elsa Damiani Prampolini - Spello (Partito comunista)
4) Margherita Sanna - Orune (Dc)
5) Ottavia Fontana - Veronella
6) Elena Tosetti - Fanano (Partito comunista)
7) Ada Natali - Massa Fermana (Partito comunista)
8) Caterina Tufarelli Palumbo - San Sosti (Dc)
9) Anna Montiroli Coccia - Roccantica (Partito socialista Psu)
10) Alda Arisi - Borgosatollo (Partito Comunista)
11) Lydia Toraldo Serra -Tropea (Dc)
12) Ines Nervi Caratelli - San Pietro in Amantea (Dc)
13) Briseide Verrotti - Pianella (Dc)

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