L'abbraccio tra i genitori di Chiara e Achille è come un patto. Che adesso va ricostruito
Sulla pista di Linate l'incontro commovente tra le madri e i padri delle due vittime milanesi di Crans-Montana ci interroga sull'idea che abbiamo dell'essere adulti e del prenderci cura dei figli. Anche quando sono degli altri

Non si conoscono, non si sono mai visti prima, forse non ricordano nemmeno i nomi l’uno dell’altro. Eppure, sulla pista dell'aeroporto, sotto il cielo gelido di Linate, i loro corpi si cercano e si stringono istintivamente come fanno solo quelli che condividono una stessa ferita incurabile. È un abbraccio che non nasce da un gesto di conforto quello tra i genitori di Chiara Costanzo e di Achille Barosi, le due giovanissime vittime milanesi dell'incendio in Svizzera tornate a casa nella pancia d'un volo di Stato, ma da un riconoscimento immediato: sei come me, hai perso ciò che non si dovrebbe mai perdere. E nell’istante straziante, cristallizzato dalla fotografia, Crans-Montana da luogo lontano – e da cronaca da ricostruire – diventa presenza fisica che attraversa frontiere e famiglie arrivando fin lì, nel punto esatto in cui l’attesa di rivedere i figli si trasforma in assenza definitiva.
Dice tante cose, questo abbraccio muto. Contiene ciò che resta quando ogni discorso pubblico si rivela insufficiente, quando la retorica e le colpevolizzazioni non servono, e nemmeno la pietà. Esige la constatazione brutale d'un patto infranto: quello che da sempre permette a madri e padri di lasciare andare i figli, affidandoli a un mondo che dovrebbe essere, almeno in parte, all’altezza della loro fiducia. Un patto che non è stato tradito dai ragazzi di Crans-Montana– andati a festeggiare una notte di festa in un locale dove si poteva cantare e ballare, come è naturale, come è giusto –, né da questi genitori, ma da un universo adulto che troppo spesso abdica alla propria responsabilità, confondendo la libertà con l'indifferenza.
Ci chiede, questo abbraccio, se siamo ancora capaci di pensarci come padri e madri anche quando non sono in gioco i “nostri”, di figli, ma quelli degli altri. Se sappiamo riconoscere che ogni ragazzo che esce la sera, ogni adolescente lasciato andare a una piazza, a una pista, a una strada, è figlio di tutti, e come tale merita uno sguardo vigile, attento. Il patto che s'è spezzato a Crans-Montana non è (solo) quello domestico di queste famiglie, ma quello pubblico, collettivo, che si fonda sulla responsabilità di tutti gli uni verso gli altri. Ricostruirlo significa tornare a pensare il mondo non solo come spazio di consumo o di intrattenimento, ma come ambiente educativo, abitabile, umano. Crescere figli liberi non serve, se siamo da soli a farlo.
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