La spesa italiana per le armi ha messo il turbo: altri 130 miliardi entro i prossimi 15 anni
Presentato l’Annuario di Mil€x: dal 2010 già impegnato mezzo “trilione", circa 34 miliardi solo nel 2026. Aggiornate le stime sui requisiti Nato: per rispettarli serviranno 500 miliardi da qui al 2035

La spesa militare italiana mette il turbo. E lo fa soprattutto con l’acquisto di armi. Con la tendenza a sborsare sistematicamente di più di quanto il Parlamento vota nella Legge di Bilancio: mezzo “trilione” pagato dal 2010. E quasi 500 miliardi in più da qui al 2035. È l’istantanea scattata dall’ultimo Annuario Mil€x 2026, che è stato presentato ieri alla Camera, su iniziativa della senatrice dem Laura Boldrini, alla presenza anche del pentastellato Arnaldo Lomuti.
Negli ultimi 16 anni, si legge nel lavoro presentato da Francesco Vignarca, la spesa militare (che oltre agli armamenti include anche ricerca e sviluppo, stipendi, pensioni e costi operativi delle Forze Armate), ha superato i 429 miliardi correnti (circa 503,6 miliardi, cioè mezzo “trilione”). Solo nel 2026 la stima tocca i 33,9 miliardi, «ulteriore record storico». E i fondi per l’acquisto di nuovi armamenti hanno superato per la prima volta i 13 miliardi in un solo anno, con una crescita di circa il 60% rispetto al 2022.
La lettura in euro costanti, spiega l’Annuario, «evidenzia come lo choc dell’inflazione del 2022-2023 abbia assorbito quasi per intero gli aumenti nominali post conflitto in Ucraina, con un vero “salto reale” del riarmo concentrato nel biennio 2025-2026». Ma è proprio sugli acquisti di armi che la ricostruzione è più netta. Dai 3 miliardi annuali del 2006 si passa ai 13,2 del 2026 (dato più che quadruplicato e totale di circa 138 miliardi nel ventennio) con una concentrazione fortissima negli ultimi anni: i soli esercizi 2023-2026 valgono oltre 46 miliardi in forniture militari. Per Mil€x è la prova che «l’espansione della spesa militare passa quasi interamente dall’acquisto di armi, a vantaggio dell’industria».

Ma il lavoro non si ferma qui. Guarda infatti anche alle traiettorie e agli scenari futuri. Secondo Mil€x, i più recenti Documenti programmatici pluriennali (Dpp) della Difesa proiettano a oltre 130 miliardi il costo di nuovi sistemi d’arma nei prossimi quindici anni, di cui 35 già definitivamente stanziati. Mentre la nuova stima Mil€x dell’impegno decennale aggiuntivo per la traiettoria Nato al 5% del PIL entro il 2035 è di circa 498 miliardi, più onerosa dei 445 calcolati un anno prima: il profilo di spesa scelto concentra gli aumenti già nel prossimo biennio.
Inoltre, il rapporto fa emergere come gli stanziamenti definitivi superino sistematicamente la previsione della Legge di Bilancio, con una forbice di aumento tra il +9% e il +16% (ad esempio nel 2025 la Difesa è passata da 31.295 a 35.519 milioni, +13,5%). E tutto ciò «avviene nel momento di massima opacità informativa», denuncia Mil€x. Che tra le raccomandazioni chiede «contenuti minimi di legge e tempi certi per il Dpp, superamento della frammentazione contabile tra ministeri, un parere parlamentare realmente vincolante sugli acquisti d’arma, un’autorità indipendente di controllo del procurement e una disciplina di controllo sull’influenza indebita dell’industria militare sulle scelte della politica in questo ambito». Secondo Francesco Vignarca, «mancano controllo e trasparenza». Per questo motivo, il lavoro vuole essere «uno strumento di democrazia, perché il rischio è che le decisioni vengano prese sulla base dei luoghi comuni». Boldrini e Lomuti hanno invece puntato il dito contro l’esecutivo. Per il deputato del M5s, il rapporto certifica «il boom delle spesi militari del Governo e l’indebolimento del controllo parlamentare». Sullo stesso registro la deputata dem: «Meloni va contro l’interesse nazionale per accontentare il suo amico Trump».
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