La “cittadella della carità” nell'Unesco, Torino avvia l'iter

Come voluto dall'arcivescovo Repole, quella fetta del capoluogo dove operarono don Bosco, don Murialdo, don Cottolengo e don Allamano, e i marchesi Tancredi di Barolo, può diventare un modello mondiale
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October 9, 2026
La “cittadella della carità” nell'Unesco, Torino avvia l'iter
Il cardinale Repole firma l'atto di candidatura del “Km Quadrato della Carità", assieme ai rappresentanti istituzionali /Ipa
Chissà se don Bosco, don Murialdo, don Cottolengo, don Allamano e i marchesi Giulia e Carlo Tancredi di Barolo, i sacerdoti torinesi e la coppia di laici che nella Torino dell’800 «lavoravano in rete», si direbbe oggi, per accogliere gli immigrati dalle campagne, curare i malati indigenti, dare pane e vestiti a chi era senza tetto, avviare ad un mestiere i «giovani discoli e pericolanti», formare missionari da inviare nell’Africa «affamata», impegnarsi perché le carceri fatiscenti fossero luoghi rieducativi, immaginavano che la loro opera sarebbe stata candidata a «patrimonio dell’Unesco».
I quattro preti torinesi santi e i venerabili nobili coniugi - le cui opere sono ancora oggi testimonianza viva di carità, e grazie a loro e a una schiera di consacrati e laici che li hanno «imitati», Torino è diventata nota nel mondo per essere la «città dei santi sociali» - erano «vicini di casa»: sono vissuti e hanno lavorato in un territorio di poco più di un chilometro quadrato. Uno spicchio di città – non a caso al suo crocevia c’è il monumento a san Giuseppe Cafasso (padre spirituale dei santi sociali, patrono dei carcerati, confessore dei condannati a morte) - che, con la firma in arcivescovado del protocollo istituzionale avvia il percorso per la candidatura del «chilometro quadrato della Carità» a Patrimonio Unesco. Il documento è stato sottoscritto dall’arcivescovo di Torino e Susa, cardinale Roberto Repole - che lanciò il suo «sogno» il 17 gennaio scorso inaugurando della statua della marchesa di Barolo che abbraccia una detenuta -, dal presidente della Regione Piemonte, Alberto Cirio, dal sindaco Stefano Lo Russo, dal segretario generale della Fondazione Compagnia di San Paolo, Alberto Anfossi e dalla presidente della Fondazione Crt, Anna Maria Poggi, che sostengono la proposta. Ora si proseguirà approfondendo il patrimonio storico, documentario, spirituale e sociale delle opere del “Chilometro quadrato della Carità” che, in sintonia con il ministero della Cultura, sarà la base per portare avanti l’istanza nell’ambito dei programmi Unesco.
Tra i molti presenti ieri in arcivescovado anche i “figli e le figlie” dei santi sociali che hanno fondato le congregazioni che oggi proseguono nel chilometro quadrato della carità le opere educative, sanitarie e sociali che, come 200 anni fa in una Torino che ha molte similitudini con quella di oggi, continuano a dare dignità a chi fa più fatica. Dalla Piccola Casa della Divina Provvidenza il Cottolengo, con il padre generale Carmine Arice, al Collegio Artigianelli dei Giuseppini del Murialdo, con il superiore generale padre Nadir Poletto, e poi il Santuario della Consolata da cui partirono i primi missionari dell’Allamano, il Palazzo e il Distretto sociale Barolo con le suore di Sant’Anna fondate dalla marchesa Giulia, la Basilica di Maria Ausiliatrice e Valdocco che comprende le scuole, i centri di formazione professionale, il primo oratorio fondato da don Bosco e le figlie di Maria Ausiliatrice.
Perché rendere la “cittadella della carità” un patrimonio dell’umanità? «Perché viviamo tempi in cui tutto diventa patrimonio dell’umanità, ma il pericolo è che si stia perdendo l’umanità», ha precisato Repole. «Credo invece che il più grande patrimonio dell’umanità sia l’umanità stessa. E ciò che è accaduto nell’Ottocento, in questa porzione di Torino, ci dice appunto che si può rimanere umani insieme a tutte le donne e gli uomini, a cominciare dagli ultimi. Ed è un grandissimo segno di speranza in un momento storico in cui l’umanità rischia di scomparire o è depauperata, ci sono troppe disuguaglianze e i giovani fanno fatica a pensare il futuro. Questa candidatura significa valorizzare la dimensione universale di un modello di welfare, solidarietà ed emancipazione attraverso la formazione, nato proprio a Torino e che appartiene alla storia del nostro territorio ma costituisce anche un patrimonio prezioso per il mondo intero».
Sulla stessa lunghezza d’onda il sindaco Lo Russo e il presidente Cirio, che hanno confermato il significato anche politico di una candidatura che non è un edificio storico o un territorio che produce prodotti eccellenti ma «uno stile di vita». «Le opere avviate dai santi sociali a Torino», ha detto il sindaco, «sono realtà che incarnano ancora oggi valori fondanti della nostra città e che, da generazioni, testimoniano come la prossimità e la responsabilità condivisa possano costruire una società più giusta e umana. In un tempo segnato dall’individualismo e dalla crescente distanza tra le persone, queste esperienze ci ricordano quanto sia essenziale non voltarsi dall’altra parte».

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