«Incontrare Kennedy mi cambiò la vita», tre generazioni di Intercultura a confronto
Anna strinse la mano al presidente Usa nel 1962. Clara è sopravvissuta a lingue "vichinghe". Aurora fa la volontaria in Thailandia. Luigi gira video in Brasile

Nel luglio del 1962 Anna Pozzi Sant’Elia lasciò la sua Como per imbarcarsi su una nave che la portava sulle sponde statunitensi della città di Boston, in Massachusetts. Con lei, a bordo si trovavano circa 1.500 ragazze e ragazzi da ogni parte di Europa che stavano per approdare, per la prima volta, negli Stati Uniti del presidente John F. Kennedy. «Nella testa di una ragazza di 17 anni, quelli che avevo, è stata una rottura, ma una rottura positiva – commenta la donna –. Si respirava un’aria che definire internazionale è dir poco». Pozzi Sant’Elia è una delle oltre 80mila persone che, negli scorsi settant’anni, hanno partecipato agli scambi di Intercultura e che «quell’atmosfera speciale, nata nella preparazione stessa del viaggio» se la sono portati dietro per tutta la vita. Uno spirito «di ricerca della pace» - come lo definisce lei stessa – che nella donna, ora 81enne, si è acceso in un giorno speciale: «Alla fine dell’anno scolastico – ricorda – tutti i ragazzi stranieri venivano accolti alla Casa Bianca e ricevuti dal presidente di turno. È capitato anche a me e, in quell’occasione, ho ascoltato un discorso di Kennedy e gli ho stretto la mano». Da allora il suo impegno per la pace «è diventato un segno distintivo»: nei decenni successivi ha continuato a viaggiare e a lavorare come volontaria nella stessa associazione, di cui è diventata anche presidente. Negli scorsi anni, dopo i figli, sono i suoi nipoti a essere partiti alla volta di uno scambio di Intercultura: «Dal mio viaggio è cambiato molto, ma anche molto poco – commenta Pozzi Sant’Elia –. All’epoca, io vivevo la crisi missilistica di Cuba e adesso i miei nipoti vivono le guerre alle porte dell’Europa e in Medio Oriente. Lo spirito è sempre lo stesso dei fondatori: vogliamo che le persone si conoscano prima di combattersi». È questa, in fondo, l’ultradecennale strategia di Intercultura per costruire un’alternativa alla guerra. Che passa dall’incontro con cittadini e culture lontane.

Aurora Sanna, 17 anni, vive questo spirito lungo il confine tra Cambogia e Thailandia, dove il conflitto militare attivo da decenni si è intensificato nello scorso anno. La ragazza è partita da Villamar nel Sulcis (Cagliari) qualche mese fa e, in realtà, ora studia in una scuola lontana da spari e ordigni. Ma la violenza della guerra ha conseguenze anche sulla sua famiglia di accoglienza: «Io sono al sicuro, ma tutti qua sono preoccupati – racconta –. Ovunque i thailandesi sono spesso in preda allo sconforto. Sto scoprendo la differenza, anche psicologica, che c’è tra vivere in un Paese al sicuro come il mio e in una regione in guerra». Nel suo soggiorno in Thailandia, Sanna si è avvicinata al fronte da volontaria insieme ai suoi compagni di scuola: «Un giorno l’istituto ha chiuso – ricorda – e tutti abbiamo iniziato a preparare pasti e a mettere l’acqua in boccioni che sarebbero serviti ai militari lungo il confine. La guerra è guerra, ma ho capito cosa vuol dire essere una comunità che si aiuta nel momento del bisogno».

Intessere relazioni e costruire comunità in contesti lontani è uno dei modi con cui Intercultura «promuove la pace». Anche in contesti che hanno poco a che fare con la guerra fatta di fucili e ordigni. «L’associazione mi ha catapultata a 16 anni in una famiglia che parlava una lingua vichinga e continuavo a chiedermi “dove sono?”». Clara Tripodi scherza quando parla del suo viaggio in Norvegia nel 2012. Oggi ha 30 anni, ma assicura che l’esperienza con Intercultura è stata fondamentale per «conoscersi, aprirsi al mondo e valorizzare se stessa». Nei primi mesi, lo ha dovuto fare per sopravvivenza, adattandosi a tradizioni e costumi che non le erano familiari. «Cercavo di conoscere culture diverse, più che di imparare una lingua nuova». E Tripodi lo ha fatto, sviluppando competenze che le sono diventate utili nel suo percorso futuro. Rientrata dalla Norvegia, ha studiato Relazioni internazionali e oggi lavora per l’ong portoghese “Just a Change”, che sostiene nelle sue battaglie legali le persone in povertà abitativa. «Se non avessi deciso di fare quell’esperienza da minorenne, oggi non sarei qua a cercare di aiutare la popolazione che vive senza tetto, finestre o elettricità», spiega Tripodi. Secondo lei, Intercultura la ha aiutata a sviluppare molte competenze relazionali e non tecniche: «I miei colleghi ogni giorno mi dicono che sono molto diplomatica, che so ascoltare e che trovo velocemente le soluzioni ai problemi – conclude Tripodi –. Io so che queste abilità ho iniziato a svilupparle in quel viaggio in Norvegia».

L’impegno dei ragazzi di Intercultura, però, oggi travalica i confini del mondo analogico. Luigi Savio, studente di Treviolo (Bergamo), da quasi un anno ha aperto il suo canale su Youtube per diffondere idee e le «passioni che raffigura tramite le persone che intervista»: giornalisti, filosofi, artisti e storici. La sua attività online si è interrotta solo al suo arrivo nel sud del Brasile, dove ha iniziato a confrontarsi con la cultura locale. «Questa esperienza per me è come un’onda che mi travolge e la cui potenza devo sfruttare per crescere come persona e nei miei ideali – spiega –. La parola “pace” non nasce dal niente, ma da uno scontro iniziale. Serve contrapporsi con ambienti completamente differenti», secondo lo studente, per affrontare la vita di sempre da un’altra prospettiva. Come farà Savio al suo ritorno: «Ho in cantiere un video sulla fede in Brasile – spiega –. Qua sto conoscendo modelli fantastici per vivere la mia vita».

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