La "ricetta" del pm anticaporalato Storari: ci interessano i diritti di chi lavora, non punire i vertici

di Antonio Maria Mira, Sessa Aurunca (Caserta)
Il magistrato titolare di maxi inchieste sullo sfruttamento spiega le strategie della Procura di Milano: «Devono cambiare i modelli delle imprese»
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July 30, 2026
La "ricetta" del pm anticaporalato Storari: ci interessano i diritti di chi lavora, non punire i vertici
Il pm Paolo Storari / IMAGOECONOMICA
«Noi non puntiamo alla sanzione ma al riconoscimento dei diritti dei lavoratori sfruttati. Non sono più interessato a far condannare l'amministratore delegato dell'impresa ma a cambiare i modelli organizzativi dell'impresa. Non sono interessato a portare a casa una condanna a anni 1 e mesi 4 e pena sospesa, perché poi si cambia l'amministratore delegato ma non cambia assolutamente niente». A parlare è il sostituto procuratore di Milano, Paolo Storari, titolare delle inchieste su sfruttamento e caporalato che hanno coinvolto grandi aziende dell’alta moda, della logistica, della grande distribuzione, e il fenomeno dei rider. L’occasione per fargli alcune domande, occasione rarissima per un magistrato molto riservato, è stato l’incontro di formazione organizzato da Libera a Sessa Aurunca, nel Casertano, nel bene confiscato gestito dalla cooperativa “Al di là dei sogni”. Storari ci tiene a spiegare bene la strategia della Procura. «Alcune volte di fronte a una violazione paga molto di più un premio se ti comporti bene che la punizione fine a se stessa. Questa strategia del bastone e della carota ha portato i seguenti risultati: alla data del 17 luglio lo Stato ha incassato 1 miliardo e 750 milioni di Iva, sono stati internalizzati 70mila lavoratori, 70mila famiglie stabilizzate, e sono stati versati contributi precedentemente omessi per 200 milioni». Storari la chiama «la logica del figliol prodigo: quando torna non è che lo piglio a calci e lo metto in galera. Invece sono contento perché è tornato a casa». Ma è necessario che non sia solo la magistratura a muoversi. Su questo il pm è durissimo. «Chi deve fare i controlli, su 5 giorni lavorativi 3 li fa in smart working. È vero che manca il personale ma se uno entra in ufficio la mattina ed esce alle 14… Bisogna dirlo con chiarezza. Strumenti normativi ci sono, anche troppi. Bisogna imparare a lavorare». E poi fa un appello. «Come ci siamo impegnati contro le mafie perché non riusciamo a fare lo stesso per i milioni di lavoratori sfruttati? È il vero problema del Paese».
Dottor Storari, come avete cominciato a operare?
Tre sono i settori sui quali la procura ha lavorato sul tema dello sfruttamento. Il primo è quello del lavoro povero, persone che esercitano un'attività lavorativa per circa 8 ore al giorno però percepiscono stipendi sotto la soglia di povertà come i rider o i lavoratori museali. Il secondo è quello dello stoccaggio della merce della grande distribuzione, con lavoratori che dalle 11 di sera alle 5 del mattino la sistemano negli scaffali per conto di cooperative che scompaiono dopo 2 anni e ricompaiono dopo poco tempo con un altro nome. Il terzo è quello dell’alta moda che alla faccia del made in Italy esternalizza molta parte della produzione in opifici cinesi dove la gente lavorava in condizioni sotto il minimo etico, con lavoratori controllati coi cani lupo, obbligati a lavorare di notte per evitare i controlli, con stipendi vergognosi.

Cosa hanno in comune questi tre settori?

Il primo dato è lo sfruttamento lavorativo. Una cosa va detta chiaramente, la povertà non è un dato economico, la povertà è una malattia, chi è povero non può mandare a scuola i figli, non può curarsi. Ecco il motivo dell’intervento della magistratura penale. Non ci occupiamo solo dei soldi, ma della tutela della persona. Il secondo elemento caratteristico è che questi fenomeni sono accettati da tutti perché convenienti. Dal committente perché ci guadagna, ma anche da noi tutti. Noi viviamo in una società signorile di massa.

In che senso?
Fino a trenta anni fa chi poteva permettersi di avere il pranzo o la cena a casa? Gente abbiente. Oggi ci facciamo arrivare la pizza a casa a mezzanotte o di domenica, a prezzi molto contenuti. Ma se sono contenuti qualcuno certamente ci rimette. Questi fenomeni sono anche largamente impuniti anche se di sicura rilevanza penale, ma assistiamo alla paradossale situazione che leggi penali in molte parti d’Italia sono abrogate di fatto. Infine chi esercita lo sfruttamento oggi gode di un certo consenso sociale. Una volta feci un’indagine su una grandissima casa di moda, forse la più grande in assoluto. Il giorno dopo il titolare venne intervistato da un grande quotidiano e nulla gli venne chiesto sulle indagini, ma “lei sogna?”.

Di chi sono le responsabilità?
Vi è una larga presenza di “spettatori”, coloro che dovrebbero far qualcosa ma si limitano ad osservare senza fare nulla. In primo luogo la magistratura perché, bisogna dirlo con chiarezza, come motivo non di vanto ma di sprone, oltre alla procura di Milano non vi è molto in giro, eppure gli opifici cinesi, i rider, le cooperative non ci sono solo a Milano. Altra figura sono gli enti intermedi. Faccio presente che in certe occasioni i contratti sotto la soglia di povertà non sono stati stipulati da sindacati gialli (filo-padronali).

Che ruolo hanno le mafie?
La criminalità organizzata non è estranea. Faccio alcuni esempi. Una multinazionale delle spedizioni, deve fronteggiare lo sciopero di alcuni “padroncini” che chiedono tariffe più adeguate. Allora si rivolge alle cosche milanesi della 'ndrangheta. I padroncini vengono picchiati, spazzati via e tutto si risolve. La seconda vicenda riguarda la grande distribuzione. Chi lavora nelle celle frigorifere, in base ai contratti collettivi, ha diritto a una pausa di mezz'ora ogni 2-3 ore se no muore congelato. Questo incide sulla produttività e la grande distribuzione non può tollerarlo. Allora chiama la 'ndrangheta, individua dei soggetti delle cooperative in mano alle cosche e improvvisamente queste pause scompaiono. Terzo caso di infiltrazione sono proprio le cooperative direttamente gestite dalla criminalità organizzata. E se per una multinazionale dare un appalto di due milioni a una cooperativa non è niente, per una cosca avere due milioni consente di mantenere latitanti per un lungo periodo di tempo.

Cosa avete imparato da queste indagini?
Che bisogna studiare un po’ meno le norme penali e guardare più la realtà. Non serve fermarsi alla norma penale. Quando mi trovo davanti a un opificio cinese io devo capire non solo chi è lo sfruttatore ma anche alzare gli occhi al di sopra. Invito a leggere cosa ha scritto Papa Francesco nella Evangelii Gaudium sull’occultamento della realtà.

Tutti dicono che bisogna tutelare le vittime.
Ci mancherebbe…

Le vittime hanno paura o non conosco i loro diritti. E molto spesso diventano indirettamente complici.
Se vuoi mangiare devi fare quello.

In alcune inchieste i lavoratori sfruttati se sono anche irregolari vengono denunciati e espulsi.
È assurdo e crudele. Io applico sempre l’articolo 18 del Testo unico sull’immigrazione e gli faccio avere il permesso di soggiorno. L’ho fatto per 300 lavoratori. Mentre l’Ispettorato del lavoro in un anno ne ha fatti solo 6.

I rider dicono che malgrado il caldo non si possono fermare nelle ore previste.

C’è un’ordinanza del Comune di Milano che però vale solo per i lavoratori subordinati per cui essendo i rider lavoratori autonomi il Comune non interviene.

Ma voi dite che non sono autonomi.
Stiamo trattando. Troveremo un accordo.

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