I Cpr sono sempre più affollati, ma pochissimi migranti vengono rimpatriati

di Andrea Ceredani
Solo una persona su quattro è espulsa da queste strutture. Le altre restano per mesi nei centri, che costano sempre di più e «sono patogeni». Chi non entra nei Cpr passa dai "luoghi idonei", di cui non sappiamo quasi niente. L'indagine di ActionAid e università di Bari
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October 2, 2026
I Cpr sono sempre più affollati, ma pochissimi migranti vengono rimpatriati
Operazioni di rimpatrio in uno scalo aeroportuale italiano
Uno per Regione, per rimpatriare chiunque viva illegalmente in Italia. Era questo due anni fa il programma del ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, sui Centri di permanenza per i rimpatri (Cpr) in Italia, avversato nell’apertura di nuove strutture perlopiù da vescovi e società civile. Giovedì il ministro ha ribadito di voler inaugurare sei nuovi centri ma, nel frattempo, le undici strutture già attive non sembrano funzionare: mai come nel 2025 sono state trattenute così tante persone dentro ai Cpr, ma nello stesso anno i rimpatri tramite questi centri sono stati la metà di quelli effettuati nel 2022. Su quattro persone che entrano in un Cpr, solo una viene effettivamente riportata nel suo Paese di origine. Le altre «vengono solo rinchiuse in luoghi di terrore, segnati da continue violazioni dei diritti umani, autolesionismo e morte», afferma Fabrizio Coresi, esperto di migrazioni di ActionAid. La sua associazione insieme all’università di Bari, in assenza di un dataset unitario sui Cpr, ha interrogato per mesi il ministero dell’Interno, la Corte dei Conti e il ministero della Difesa per monitorare l’efficienza e il costo – sia economico sia umano – dei Cpr negli ultimi dieci anni. I dati, inediti, sono stati pubblicati stamani nel report “Espulsioni. Un’analisi della politica di rimpatrio italiana”.
«Le informazioni in mano nostra certificano che questi centri non garantiscono i rimpatri promessi», sintetizza Coresi. In numeri: nel 2025 i Cpr hanno fatto registrare un record di ingressi con 6.835 persone trattenute in un anno. Rispetto al 2022, è salito sia il numero di centri – da dieci a undici, contando quello in Albania – sia i posti a disposizione: da 803 a 883. Di conseguenza, gli ingressi in queste strutture sono aumentati, ma gli allontanamenti sono calati da 3.154 a 1.732. Nel frattempo, le espulsioni forzate di persone che non sono passate dai Cpr hanno continuato a crescere: dalle 3.916 del 2022 alle 4.784 del 2025. In generale, dal 2015 al 2025, più della metà dei rimpatri forzati dall’Italia è stata eseguita senza un precedente trattenimento in un Cpr. «I dati dello stesso Ministero dell’Interno certificano che questi centri non funzionano. Eppure, se ne annunciano di nuovi», commenta Coresi.
Senza la prospettiva di un rimpatrio o di una rapida uscita, negli scorsi anni è aumentato anche il numero di giorni di permanenza delle persone trattenute nei Cpr: tra il 2018 e il 2024 il valore oscillava fra 62 e 84 giornate. Nel 2025 è salito a circa 148 giorni, quasi il doppio. In molti casi, il destino di un trattenimento senza uscita era segnato già all’entrata: succede quando l’Italia non ha ancora stretto accordi bilaterali con i Paesi d’origine. ActionAid ha contato, tra il 2018 e il 2024, circa 2mila persone bloccate nei Cpr senza concrete prospettive di allontanamento. Nello stesso periodo, sei rimpatriati su dieci provenivano da Tunisia e Albania. Le persone su cui pendeva un decreto di espulsione verso Siria, Afghanistan, Iran o Iraq, invece, sono quasi sempre rimaste in Italia. «Se la privazione della libertà non produce un beneficio esecutivo aggiuntivo, il problema non è più soltanto di efficienza: diventa un problema di necessità, proporzionalità e quindi di legittimità», commenta il professor Giuseppe Campesi dell’università di Bari. In altre parole, in assenza di una prospettiva di rimpatrio, perché trattenere persone in quelli che la Società di medicina delle migrazioni definisce «luoghi patogeni»? Il costo in salute, in effetti, è alto. Negli scorsi anni, diverse persone si sono tolte la vita dentro ai Cpr e altre hanno tentato il suicidio. Non solo: moltissimi trattenuti fanno grande uso di psicofarmaci. Secondo una indagine di Altreconomia, la spesa in psicofarmaci sul totale dei costi sanitari tra il 2021 e il 2022 nel Cpr di Milano superava il 64% e il 50% in quello di Roma.
A fronte di una generale inefficienza, però, negli scorsi anni è aumentato anche il costo economico dei centri. Considerando i soli CPR sul territorio italiano, tra il 2023 e il 2025 la spesa complessiva è cresciuta del 40,5% e la spesa per la sola gestione e manutenzione ordinaria del 45,7%. La spesa detentiva complessiva – Cpr e Centri di trattenimento per richiedenti asilo in procedura di frontiera (Ctra) - è passata da circa 6.455 euro per rimpatrio nel 2023 a 16.560 nel 2025 (+156,5%).
Ma c’è un aspetto che il rapporto di ActionAid non ha indagato. «Se oltre la metà dei rimpatri non avviene dai Cpr, da dove provengono questi rimpatri?», domanda l’avvocata di Asgi Martina Stefanile. Oltre ai rimpatri volontari, che restano una minoranza, nel periodo 2022-2025 si sono contati infatti 3.052 allontanamenti forzati di persone mai entrate in un Cpr. La maggior parte sono state trattenute fino a sei giorni nei cosiddetti “locali idonei”, stanze nelle questure italiane di cui non esiste una mappatura ufficiale. «Qui le persone finiscono in un buco nero – continua Stefanile –. Quello che sappiamo è che questi luoghi sono in continua costruzione». Già nel 2024 una circolare ministeriale, pubblicata da Avvenire ad aprile, invitava le Questure a ricorrere a questo tipo di trattenimento. Una inchiesta de “La via libera” ne ha contate cinquanta in tutta Italia, in cui sarebbero finite almeno 2.445 persone. Ma potrebbero essere anche di più. A più riprese, in questi locali, il Garante dei detenuti ha rilevato la mancanza di condizioni igieniche di base e l’assenza di una adeguata assistenza sanitaria. «Tutte le informazioni che abbiamo sui Cpr – conclude Stefanile – sono estremamente difficili da reperire rispetto ai locali idonei, dove mancano registri di accesso, visite di idoneità, regolamenti interni e tracciabilità da cui risalire a prassi e numero di rimpatri».

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