I coriandoli di plastica sono nemici dell'ambiente e già 70 città li vietano
I medici ambientali invitano i sindaci a muoversi per evitare lo spargimento di grandi quantità di rifiuti per il Carnevale. Venezia e altri centri lo hanno già fatto

Chi avrebbe detto che dietro quell’aspetto colorato e festaiolo si nascondesse un pericoloso nemico dell’ambiente: eppure questo sono, e senza esagerazioni, i coriandoli e le stelle filanti di plastica. A sconsigliarne l’uso sono i medici della Sima, la Società italiana di medicina ambientale, e non solo perché, passato il Carnevale, se restano nell’ambiente impiegano qualche centinaio di anni a decomporsi, ma anche per i rischi sanitari che comportano: microplastiche (con dimensioni comprese tra un milionesimo di metro e 5 millimetri) e nanoplastiche (più piccole di un milionesimo di metro) inquinano acqua, terra e aria ed entrano nel nostro organismo attraverso quel che mangiamo, beviamo e respiriamo mandando in crisi le arterie, con le immaginabili conseguenze sulla salute del cuore e del cervello, e provocando danni al sistema endocrino, respiratorio, nervoso, riproduttivo. Una ricerca presentata lo scorso 30 gennaio e condotta presso l’Università di Padova ha trovato microplastiche nella prostata e nel liquido seminale umano: le particelle osservate hanno dimensioni molto piccole, comprese tra 2 e 13 micrometri, paragonabili, quindi, a quelle degli spermatozoi stessi. «Si stima che ogni anno 11 milioni di tonnellate di plastica entrino nell’oceano, quasi 230mila tonnellate solo nel Mar Mediterraneo. Per questo, in occasione del Carnevale – spiega Alessandro Miani, presidente Sima – rivogliamo un appello ai sindaci di tutta Italia affinché emanino ordinanze volte a vietare l’utilizzo di coriandoli e stelle filanti in plastica sul territorio. Sarà così possibile ridurre sensibilmente la produzione di rifiuti plastici che rappresentano un pericolo per il nostro ambiente e per la salute umana».
Ad avere ordinato simili ordinanze sono già state una settantina di città, da Milano a Rimini, da Varese a Torre del Greco. A Venezia il divieto è in vigore da qualche anno ed è stato confermato anche per il Carnevale 2026: «L’allarme della Società Italiana di Medicina Ambientale sui coriandoli in plastica conferma che la strada intrapresa da Venezia è quella giusta. Da anni – spiega il sindaco Luigi Brugnaro - abbiamo scelto di vietarli, perché quando si parla di tutela dell’ambiente e di salute delle persone non bastano gli appelli, servono decisioni concrete, coerenti e lungimiranti. Venezia è spesso chiamata per prima ad affrontare grandi sfide ambientali e a trasformarle in politiche pubbliche, soluzioni e buone pratiche. È una responsabilità che sentiamo profondamente e che esercitiamo con serietà. Sappiamo quanto microplastiche e nanoplastiche si disperdano nell’acqua e nell’ambiente, con effetti dannosi sugli ecosistemi e potenziali ricadute sulla salute umana. Per questo – prosegue Brugnaro - il nostro Carnevale deve restare una festa autentica, capace di unire tradizione e futuro, bellezza e rispetto, senza diventare una fonte di inquinamento». La città punta a diventare la prima “Plastic Smart City” italiana: l’obiettivo è abolire la plastica monouso promuovendo il turismo sostenibile, stimolando l’uso delle borracce e il consumo di acqua del rubinetto tramite una mappa di oltre 100 fontanelle, favorendo il riciclo e l’utilizzo di materiali biodegradabili: «Come città – conclude Brugnaro - mettiamo a disposizione di altre comunità le nostre esperienze, perché la sostenibilità non è una bandiera, ma un percorso condiviso, un percorso che unisce pubblico e privato e che valorizziamo con la Fondazione Venezia Capitale Mondiale della Sostenibilità, presieduta da Renato Brunetta».
L’uso di coriandoli e stelle filanti di plastica è disincentivato anche da molte università che per le feste di laura chiedono di preferire i coriandoli tradizionali, di carta, o – meglio ancora – le biodegradabili bolle di sapone. I coriandoli di plastica sono vietati dalle università di Parma, Pavia, Macerata, Ferrara, dal Politecnico di Torino… Non è poco, perché ogni micron di plastica evitato è tanto di guadagnato. Le ricerche si moltiplicano e tutte confermano la pervasività del materiale: una recentissima analisi condotta dall’University of the South Pacific ha rilevato la presenza di microplastiche in circa un terzo dei pesci costieri delle isole remote del Pacifico - Fiji, Tonga, Tuvalu e Vanuatu - con livelli che raggiungono il 75% nelle Fiji. E queste comunità dipendono quasi esclusivamente dal pesce per alimentazione e sussistenza. L’isolamento geografico, insomma, non protegge dall’inquinamento plastico e anche le specie più accessibili alla pesca di sussistenza stanno diventando serbatoi di contaminazione sintetica, con potenziali implicazioni per la sicurezza alimentare delle comunità del Pacifico. Dall’Oceania agli Stati Uniti: uno studio della Ohio State University dimostra che alcune marche di acqua in bottiglia contengono livelli di microplastiche e naonoplastiche significativamente più elevati rispetto all’acqua del rubinetto. Per comprendere meglio i livelli di concentrazione in un segmento della rete idrica statunitense, gli scienziati hanno analizzato campioni d’acqua provenienti da quattro impianti di trattamento vicino al lago Erie e da sei diverse marche di acqua in bottiglia: queste ultime contenevano tre volte più particelle di nanoplastiche rispetto all’acqua potabile trattata. Per concludere con le ultime evidenze scientifiche, Enea – in collaborazione con il progetto europeo Polyrisk - è arrivata alla conclusione che, in città, una delle principali fonti di inquinamento da microplastiche è rappresentata dalle minuscole particelle generate dall’attrito degli pneumatici sull’asfalto durante la normale circolazione dei veicoli. Dove le auto frenano e ripartono di frequente, le concentrazioni di microplastiche da pneumatici nell’aria possono risultare fino a cinque volte più elevate.
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