Gli autori della Maturità hanno svolto le loro tracce: «Noi le avremmo scritte così»
Abbiamo chiesto a Bianucci, Calabresi e Füredi di "scrivere il loro tema" a partire dalle tracce selezionate dal Ministero. Il sociologo magiaro, vicino a Viktor Orban, ha parlato di «giovani incapaci di prendersi responsabilità»

Gli studenti l’hanno sempre chiamata Maturità. Ma, dopo quasi trent’anni di “Esame di Stato”, ieri la prova finale è tornata al suo nome tradizionale anche nelle carte del ministero dell’Istruzione. Un rito, tra i tanti, che segna il passaggio dall’adolescenza alla vita adulta e che continua a interrogare centinaia di migliaia di ragazzi: «Cos’è che rende le persone mature?». E, ancor più, cos’è la maturità «in un’epoca in cui il confine tra infanzia ed età adulta è più sfumato che mai»? A porsi entrambe le domande – e a rivolgerle ai maturandi nella traccia “B3” – è il sociologo ungherese Frank Füredi, professore emerito all’Università di Kent, nel Regno Unito. La risposta del docente è netta: «Oggi infantilizziamo gli adulti e adultizziamo i bambini – dice ad Avvenire, spiegando come avrebbe svolto la sua traccia d’esame –. Uomini sulla trentina vogliono vestirsi come ragazzini per continuare a essere “cool”, mentre il mondo occidentale rappresenta gli anziani solo come un peso per la società». La responsabilità? Secondo il sociologo, è «da attribuire a una cultura dominante che dipinge gli adulti come noiosi e prevedibili, mentre minaccia tutti i confini sociali».
Frank Füredi è il più controverso tra gli autori selezionati dal ministero dell’Istruzione per la prima prova della Maturità. Nato nel 1948 in Ungheria da una famiglia che lasciò il Paese dopo la rivoluzione del 1956 per trasferirsi in Canada e poi nel Regno Unito, il professore oggi è alla guida del think tank conservatore Mathias Corvinus Collegium, vicino all’ex primo ministro ungherese Viktor Orban. Negli anni, ha assunto posizioni critiche nei confronti delle politiche europee di accoglienza delle persone migranti e si è detto contrario «all’abbattimento delle frontiere». Ma nel brano della prima prova, estratto dal suo saggio “I confini contano. Perché l’umanità deve riscoprire l’arte di tracciare frontiere”, Füredi si scaglia contro gli “adultescenti”: «Si tratta di chi – scrive –, rifiutando di sistemarsi e di assumersi impegni, vorrebbe piuttosto continuare a fare festa pure durante la mezza età». Anche, cioè, a 30 o 35 anni. «Fare la patente, sposarsi, avere una carriera e un lavoro – commenta – sono punti di riferimento ormai indeboliti». E il motivo, secondo l’autore, ha poco a che fare con la crisi economica e la difficoltà collettiva delle nuove generazioni europee nel sostenere le spese di un affitto o di un mutuo: «Questi sono solo acceleratori – continua –. Non voglio essere complottista, ma il responsabile di questo cambiamento è uno Zeitgeist (spirito del tempo, ndr): un’industria culturale che, già dagli anni Ottanta, invalida il ruolo degli adulti responsabili, rappresentando i bambini come i soli eroi onesti».
Oltre centomila studenti hanno tentato di rispondere alle provocazioni sulla maturità di Füredi, ma la proposta preferita ieri dai candidati è stata un’altra: la riflessione sulla fatica del giornalista Mario Calabresi, tratta dal suo libro “Alzarsi all’alba”. «Se dovessi scrivere oggi questo tema – racconta l’autore –, parlerei di una fatica onnipresente tra i ragazzi, che è psicologica e nasce dall’ansia dell’errore e dall’eccesso di aspettativa». Nel brano selezionato dal Ministero Calabresi si chiede che fine abbia fatto la fatica «intesa come dedizione, costanza , tenacia». Una risposta il giornalista la cerca nell’avvento delle nuove tecnologie: «Viviamo nell'epoca dell'intelligenza artificiale – commenta –. Uno strumento che promette di risolvere i problemi senza fatica, ma a un prezzo: la perdita della conoscenza profonda, quella che chiede percorsi lunghi e pazienza».
Che le nuove tecnologie tornassero al centro anche di questa prima prova, del resto, lo avevano previsto tutti i pronostici. Ma nessuna delle tracce selezionate dal Ministero ha menzionato l’intelligenza artificiale. Almeno esplicitamente: «I modelli linguistici dei chatbot non sono per niente intelligenti, anzi sono stupidi. Quindi, è a noi resta il compito di coltivare una creatività autentica che può essere soltanto umana». Piero Bianucci, giornalista scientifico e autore della traccia estratta dal volume “Te lo dico con parole tue. La scienza di scrivere per farsi capire”, comincia da questo assunto per scrivere il suo tema: «L’intelligenza artificiale ci aiuta ad affrontare i problemi convenzionali – spiega –, ma è solo la creatività che ci permette di inventare nuove domande. Ed è con le domande giuste che progredisce la scienza». Nella traccia ministeriale, il giornalista sostiene che la creatività sia il fondamento di ogni scoperta scientifica, che per definizione è «contro intuitiva e fa leva sulla sorpresa». A Bianucci basta un esempio per spiegarsi: «Il Big Bang è stato dimostrato da ricercatori che tentavano di eliminare alcuni disturbi radio». Con la sua tesi, il giornalista tenta di abbattere alcuni stereotipi sulle “scienze esatte”: «Le discipline scientifiche ci vengono insegnate tanto male da farci credere che siano astratte, fredde e razionali. Ma non è così: la matematica è fatta di intuizioni e idee, non di esercizi da risolvere. È anche per questo che i risultati italiani in queste discipline sono tra i più bassi nei test internazionali».
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