«Finita l'epoca dei superlatitanti, vi racconto come indaghiamo sui manager della new economy mafiosa»
Il direttore dei super poliziotti del Servizio centrale operativo, Marco Calì, analizza la metamorfosi delle cosche. In un anno, lo Sco ha catturato 62 ricercati e sequestrato beni per 39 milioni di euro. Ma il pericolo arriva dall'inquinamento del tessuto produttivo e finanziario da parte dei nuovi padrini, che lavano montagne di narco euro, grazie a colletti bianchi e imprenditori conniventi.

La latitanza di Emanuele Capuano, broker pugliese del narcotraffico con 13 anni di detenzione da scontare in Italia, è finita due settimane fa. I segugi della Polizia lo hanno scovato, d’intesa con la Guardia civil, mentre prendeva il sole su una spiaggia di Alicante, nel Sud della Spagna, dove si era rifugiato con l’aiuto di complici. Era ricercato dal dicembre 2024. Neppure molto, in fondo, rispetto ad altri criminali del passato. «Senza trionfalismi o eccessi di ottimismo, possiamo dire che non ci sono più i super latitanti di un tempo, alla Provenzano o Messina Denaro per intenderci, che erano in grado di nascondersi per trent’anni o più. In questi decenni l’attività investigativa e repressiva ha abbattuto i vertici delle mafie nostrane. E quando spuntano nuove leve, cerchiamo di individuarle e arrestarle», ragiona con Avvenire Marco Calì, una carriera da investigatore in prima linea, poi questore a Como e, da fine 2025, nuovo direttore del Servizio centrale operativo, la struttura d’eccellenza della Polizia che coordina l’azione delle 105 squadre mobili ed elabora analisi per il contrasto alla criminalità organizzata. Calì parla alla vigilia della Festa della Polizia di Stato, prevista a Roma, in piazza del Popolo, alla presenza del direttore del Dipartimento di Pubblica sicurezza Vittorio Pisani e delle massime cariche istituzionali.
La fine dei superlatitanti:
un tempo sul sito del Viminale c'erano trenta foto, ora solo tre
Anni fa, sul sito del ministero dell’Interno, campeggiavano le foto e i profili dei primi 30 super ricercati: uno alla volta, sono stati tutti catturati. Oggi, di “figurine” ne restano tre: il sequestratore sardo Giovanni Cubeddu, ricercato dal 1997; il padrino siciliano Giovanni Motisi, primula rossa dal 1998; e il boss napoletano Renato Cinquegranella, fantasma dal 2002. E gli eredi di quei boss? «Non riescono a sparire per decenni. Ormai c'è una rete a maglie fitte, con la Procura nazionale antimafia, le Dda e le diverse forze dell’ordine. E la Polizia da tre anni ha messo in campo anche le sezioni specializzate Sisco. Così, i nuovi vertici vengono immediatamente investigati, messi sotto pressione e, qualora emergano elementi probatori ritenuti validi dall’autorità giudiziaria, arrestati», argomenta Calì. I dati gli danno ragione: «Nel solo 2025 abbiamo tratto in arresto 62 latitanti, di cui 20 appartenenti a organizzazioni criminali italiane, 9 a gruppi stranieri e 33 ricercati per altri gravi delitti - snocciola Calì -. E se, per sfizio, ci chiedessimo da quanto quei 62 erano “svaniti”, appureremmo che lo erano dal 2021 o 2020 al massimo. Come si vede, “finestre” di latitanza ben inferiori a quelle del passato».
Sequestrati ai clan (non solo italiani) 39 milioni di euro
Ma lo Sco non dà solo la caccia ai super cattivi. Indagine dopo indagine, ricostruisce le ramificazioni delle cosche di ‘ndrangheta, camorra, cosa nostra e sacra corona unita, accanto a quelle dei network stranieri, come «i clan albanesi e nigeriani, divenuti ormai temibili e radicati» e le «gang cinesi, presenti in diverse città». Nel 2025, gli uomini e le donne oggi al comando di Calì hanno eseguito 144 operazioni : 61 a carico di clan camorristici; 25 di cosche di ‘ndrangheta; 25 su cosa nostra; 26 sulle mafie pugliesi; 7 su altri gruppi criminali. E l’ammontare di beni da loro sequestrati ha un controvalore di 39 milioni di euro.
I narco imprenditori
e la new economy mafiosa
Quei milioni vengono accumulati soprattutto col narcotraffico. Nell’anno appena trascorso, i soli sequestri effettuati dallo Sco sono una valida cartina tornasole rispetto alla montagna di droga circolante: «4.305 chilogrammi di stupefacente, suddivisi in 1.812 kg di cocaina, 116 di eroina, 2.362 di cannabinoidi e 14,8 kg di sostanze sintetiche». Il traffico e lo spaccio, considera Calì, «consentono accumulazioni enormi di denaro, poi investito nell’economia legale». Oggi i nuovi padrini non scelgono il mattone, perlomeno non nelle modalità facilmente “rintracciabili” a cui ricorrevano i loro padri, per provare a evitare sequestri e confische. E la mappa della «new economy mafiosa» viene fuori dalle carte delle indagini, con ragnatele in cui sono invischiati, come mosche, colletti bianchi della Pa, manager e fornitori di beni e servizi: «Ormai le cosche non infiltrano solo, ma contaminano completamente il tessuto economico-finanziario - analizza ancora il direttore -. Certi clan tessono, sul territorio, relazioni a 360 gradi con capitani di impresa e realtà sociali e politiche. L'imprinting mafioso della violenza, dell’intimidazione, che ha storicamente determinato una contro reazione durissima dello Stato, viene sopito. E i boss vestono la grisaglia della mafia imprenditrice». In quali settori? «Ristorazione, appalti, società di servizi... Ma sono presenti anche nella finanza. Usano criptofonini di ultima generazione e riciclano i narco euro in bitcoin, avvalendosi di ingegneri informatici, commercialisti e avvocati».
La connivenza autolesionista
di quei manager in difficoltà
Non c’è indagine, annota Calì, «in cui non ci imbattiamo in società cartiere, scatole vuote create da qualche fiscalista in Bulgaria, Romania o altre nazioni, solo per lavare il denaro sporco». Con un risvolto amaro: «A volte scopriamo imprenditori che, venuti a contatto coi mafiosi in doppiopetto, non si fanno alcuna domanda. “Sono in difficoltà - pensano - e dunque pecunia non olet. Mi servono soldi per non fallire, tu me li dai e io ti faccio entrare nel sistema legale e ti agevolo”, se occorre anche nel riciclaggio». Ecco, conclude il super poliziotto non senza un pizzico di amarezza, «questo atteggiamento, che per giunta è autolesionista perché di solito i boss poi si impossessano di quelle aziende, aiuta costantemente le mafie a mimetizzarsi, rendendo più complicato il nostro lavoro».

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