Europa e Italia finanziano nuove telecamere libiche nel "deserto della tratta"
Sistemi di videosorveglianza elettronica, con la cooperazione del programma Ue Eubam, controlleranno 24 ore su 24 la frontiera con la Tunisia dove i migranti vengono detenuti, torturati, venduti e lasciati morire

A partire dai prossimi mesi decine di telecamere ottiche e termiche affolleranno il tratto tripolitano del confine, già militarizzato da anni, tra Libia e Tunisia. Si tratta di circa 200 chilometri tra il valico di Ras Agedir, sul mare, e Al Assah nel deserto, che ogni anno decine di migliaia di persone migranti, la maggior parte provenienti da Paesi dell’Africa sub-sahariana, sono costrette ad attraversare perché vittime di tratta. Lungo quella frontiera vengono, infatti, trascinati moltissimi migranti già intercettati dalle milizie armate in Tunisia o in mare per essere portati nei lager libici, venduti o abbandonati ormai morti – senza degna sepoltura – nel deserto. Adesso i controlli saranno resi ancora più severi dall’installazione di telecamere progettate per controllare il confine 24 ore su 24 e «individuare precocemente le minacce». Ovvero i migranti. A spiegarlo è la stessa Guardia di frontiera di Tripoli che, in un messaggio su Facebook, annuncia l’operazione e precisa la collaborazione al progetto di Eubam, la missione Ue – finanziata anche dall’Italia – che per il triennio 2025-27 sosterrà il governo di Tripoli nella gestione delle frontiere con 52 milioni di euro.
Quei 200 chilometri, per alcuni migranti, sono il penultimo passo prima della detenzione nei lager libici e del viaggio in mare verso Lampedusa. Ma per la maggior parte restano la porta verso settimane di torture e richieste di riscatto, che terminano anche con la morte e la sepoltura in fosse comuni. Se fare i conti con il numero degli sbarchi in Italia è molto semplice – gli arrivi via mare nel 2025 sono stati 66.296 –, più difficile è dare un volto e un nome a quanti vengono fermati o trasferiti forzatamente lungo la frontiera che porta in Libia, il Paese da cui si salpa quasi sempre per tentare la fortuna in Europa (l’88% delle persone arrivate in Italia nel 2025 sono partite dai porti libici). Secondo il Forum tunisino per i diritti economici e sociali, la Tunisia ha bloccato tra il 2023 e il 2024, quando sono iniziate le operazioni per inasprire i controlli al confine, oltre 100mila persone in fuga, espellendone la maggior parte proprio attraverso la frontiera con la Libia. Dal lato libico invece, quello su cui saranno piazzate le nuove telecamere, l’ultimo rapporto indipendente “State trafficking” parla di un «arcipelago del sequestro». Centinaia di persone, ogni settimana, vengono intercettate e trascinate direttamente in centri di detenzione – spesso sale sovraffollate o magazzini – appena oltre il confine nel deserto di Al Assah o più lontani. In quegli spazi, che i rapporti Onu definiscono «lager», subiscono regolarmente violenze e stupri da parte delle milizie che chiedono riscatti alle famiglie. Dai 400 ai 700 euro, in genere, per la libertà di una persona.
La prigione dove confluiscono la maggior parte delle vittime di questa tratta di essere umani si trova proprio lungo il confine con la Tunisia, ad Al Assah, ed è sotto la tutela di dipartimenti che fanno riferimento al ministero dell’Interno di Tripoli. A pochi chilometri dal centro, sorge anche il quartiere generale della Guardia di frontiera libica, che gode della formazione e dell’assistenza del programma europeo Eubam. Nelle testimonianze raccolte e verificate da “State trafficking”, nella cosiddetta “prigione del deserto” i migranti vivono in un clima brutale finalizzato all’estorsione: «Le percosse erano quotidiane – racconta E.V., un camerunense che vi ha trascorso due mesi e ora si trova in Italia –. Non c’erano servizi igienici, e per questo motivo le guardie libiche, temendo infezioni, ci facevano picchiare con bastoni da altri migranti detenuti, evitando il contatto diretto con noi». Proprio in quelle zone di Al Assah, secondo quanto riportato dalla Guardia di frontiera e dal ministero dell’Interno di Tripoli, una delegazione europea ha accompagnato nei giorni scorsi i libici «per verificare l’attuazione dei lavori previsti dalla prima fase». Ovvero l’installazione delle telecamere.
Contattato da Avvenire, uno dei redattori del report di “State trafficking” ha confermato che i nuovi dispositivi di sorveglianza erano già attivi sul tratto di mare che divide Tunisia e Libia e che le nuove installazioni «non faranno che rinforzare la sorveglianza nel tratto di frontiera vicino ad Al Assah, dove si concentrano anche gli abbandoni dei migranti sub-sahariani», quando la tratta termina con la compravendita della vittima. L’ultimo caso risale ai primi giorni di luglio, quando gli operatori hanno intercettato un ragazzo della Sierra Leone che ha confessato di «essere stato abbandonato nel deserto» dopo essere stato venduto.
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