E alla fine vince il merluzzo: il "no" dell'Islanda all'Europa

di Gabriele Rosana, Bruxelles
Più della geopolitica poté la pesca. L’Islanda ha bocciato di misura, con 52,8% di no contro 47,2 di sì, la ripresa dei negoziati di adesione all’Unione europea, rilanciati dalla questione sicurezza
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August 31, 2026
E alla fine vince il merluzzo: il "no" dell'Islanda all'Europa
Il no all'Unione Europea di Reykjavik, Iceland, on August 27, 2026, Jonathan NACKSTRAND / AFP)
Più della geopolitica poté la pesca. L’Islanda ha bocciato di misura, con 52,8% di no contro 47,2 di sì, la ripresa dei negoziati di adesione all’Unione europea, nelle urne di un referendum che ha visto un alto tasso di partecipazione dell’elettorato, pari all’82,5%. In termini assoluti, si è trattato di un distacco di circa 12.600 voti sui 270 mila aventi diritto. La piccola isola dell’Artico aveva interrotto nel 2013 le trattative per l’ingresso nell’Ue, avviate pochi anni prima sulla scia della crisi finanziaria del 2008 che portò al tracollo del sistema bancario nazionale. Stavolta, a provare a riaccendere la fiamma con Bruxelles è stato un altro scenario emergenziale, cioè lo stravolgimento del campo occidentale prodotto dal ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca e dalle sue ripetute minacce di annessione della Groenlandia, il territorio semi-autonomo dell’Artico che appartiene alla Danimarca. Più volte, lo stesso Trump si è riferito alla Groenlandia chiamandola erroneamente Islanda (forse tratto in inganno dal nome che, in inglese, suona come “isola di ghiaccio”). In carica dal 2024, il governo di centrosinistra filo-Ue guidato dalla premier Kristrún Frostadóttir aveva promesso di indire un referendum sulla ripresa dell’integrazione Ue entro il 2027, salvo decidere di anticipare l’appuntamento proprio a causa delle tensioni internazionali sulla sicurezza dell’Artico - area dove anche Cina e Russia mostrano una presenza sempre più assertiva -, e mentre la stessa Unione prova (con fatica) a ritagliarsi un proprio ruolo autonomo dagli Usa sulla scena globale e in materia di difesa collettiva alternativa alla Nato.
Tuttavia, nelle settimane di campagna elettorale in Islanda più che la sicurezza ha prevalso il tema (un grande classico, a queste latitudini) della sovranità sui diritti di pesca, che già aveva portato alla battuta d’arresto di 13 anni fa, quando al potere era un governo conservatore. Il settore ittico, da solo, rappresenta oltre l’8% del Pil nazionale e quasi la metà dei volumi di export islandesi. Mentre la capitale Reykjavík e i pochi altri distretti urbani si sono espressi a maggioranza per il sì, le aree rurali e l’indotto legato alla pesca hanno espresso a gran voce la contrarietà alla riapertura delle trattative con Bruxelles, nel timore di consegnare “chiavi in mano” le ricche acque islandesi ai pescherecci del resto dell’Ue. Non è la prima volta che il tema polarizza il confronto: negli Anni Settanta, l’Islanda “combatté” le cosiddette Cod Wars (“Guerre del merluzzo”) con il Regno Unito, riuscendo a difendere con successo le proprie risorse ittiche. 
A Bruxelles, gli addetti ai lavori si sono spesso mostrati piuttosto scettici su una svolta positiva nel dossier islandese, ma hanno comunque sperato fino alla fine. A dare la misura della delusione della Commissione europea - alla vigilia, oltretutto, di un nuovo viaggio artico di Ursula von der Leyen, che domenica sarà in Groenlandia -, è l’assenza di una vera reazione, nonostante le sollecite richieste dei cronisti. Tramite un portavoce, la Commissione europea si è limitata a «prendere atto» del risultato, definendo il Paese «un partner stretto». Al contrario, la vittoria del no ha ridato linfa agli euroscettici di tutta Europa, a cominciare dalla leader del Rassemblement National francese, che corre da favorita alle presidenziali dell’anno prossimo, secondo cui il risultato dimostra una «verità evidente: l’appartenenza all’Unione europea non è l’orizzonte naturale di ogni democrazia europea». 
Reykjavík, in realtà, è già piuttosto integrata nelle strutture Ue, pur non avendo diritto di voto nel Consiglio o una rappresentanza parlamentare. Al pari della Norvegia, l’Islanda è membro sia dello Spazio Schengen di libera circolazione delle persone sia dello Spazio economico europeo, cioè l’accordo che estende il mercato interno dell’Ue anche ad alcuni Paesi non membri, chiamati a recepisce il grosso della legislazione tecnica che arriva da Bruxelles. La commissaria Ue all’Allargamento, Marta Kos, aveva indicato alla vigilia che le trattative avrebbero potuto richiedere uno, al massimo due anni, proprio per via della già profonda integrazione dell’Islanda nelle strutture continentali. Un’adesione a pieno titolo all’Ue avrebbe, però, portato con sé pure l’adozione dell’euro, garantendo maggiore stabilità monetaria rispetto alla volatile corona nazionale e un’alternativa a tassi d’interesse costantemente alti. Inoltre, pur non disponendo di proprie Forze armate, l’Islanda è membro della Nato dalla sua fondazione. Secondo vari analisti, proprio questi stretti legami avrebbero motivato la prevalenza dei no fra elettori che hanno optato per difendere lo “status quo”. In ogni caso, anche se avessero vinto i sì, un secondo referendum per approvare l’eventuale ingresso nell’Unione si sarebbe dovuto tenere al termine dei negoziati. Adesso, la premier Frostadóttir ha dichiarato che la questione non sarà più riproposta finché il suo governo sarà in carica, ma che toccherà al Parlamento decidere se ritirare ufficialmente la candidatura del Paese (che sarebbe diventato il meno popoloso fra i membri dell’Ue), o se lasciarla quiescente. 
Il gran rifiuto arrivato da una ricca economia del Nord Europa equivale a una doccia (molto) fredda per le prospettive di un concreto nuovo allargamento dell’Ue, a 10 anni dalla Brexit e a 13 dall’ultima ammissione di un nuovo membro (la Croazia). La prospettiva per l’Ucraina è densa di insidie; il grande favorito alla porta rimane il piccolo Montenegro.
 
 

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