Si ferma anche l’ultima inchiesta sulla morte dell'ambasciatore Luca Attanasio
A cinque anni dall’agguato nella Repubblica democratica del Congo, i pm hanno chiesto di archiviare il fascicolo contro ignoti. La vedova rinuncia a presentare opposizione

Cinque anni e mezzo dopo l’agguato costato la vita all’ambasciatore italiano Luca Attanasio e al carabiniere Vittorio Iacovacci, oltre che all’autista Mustapha Milambo, la Procura di Roma ha chiesto l’archiviazione del secondo filone dell’inchiesta, rimasto contro ignoti. Al centro c’erano i sei cittadini congolesi che avevano confessato alle autorità di Kinshasa di aver partecipato all’attacco del 22 febbraio 2021. Condannati in primo grado all’ergastolo nella Repubblica democratica del Congo, hanno poi ritrattato quelle confessioni davanti agli investigatori italiani. I sei furono ascoltati dai carabinieri del Ros nel corso di tre missioni in Congo, alla presenza di un avvocato e nel rispetto delle garanzie previste dall’ordinamento italiano. È proprio durante questi interrogatori che la loro versione cambiò: sostennero che le confessioni rese alle autorità congolesi fossero state estorte con la forza. Una circostanza che, in assenza di ulteriori elementi verificabili, ha impedito agli inquirenti italiani di sviluppare ulteriormente questa pista. La Procura ha cercato di approfondire anche elementi emersi da alcune inchieste giornalistiche, ma la mancata collaborazione giudiziaria congolese ha di fatto impedito nuovi accertamenti. Il fascicolo, coordinato dal procuratore aggiunto Sergio Colaiocco, è così arrivato alla richiesta di archiviazione.
Resta separato il filone principale, nel quale i pm avevano chiesto il rinvio a giudizio per Rocco Leone e Mansour Luguru Rwagaza, dipendenti del Programma alimentare mondiale accusati di omicidio colposo per avere organizzato la missione alla quale stava partecipando Attanasio. Il 13 febbraio 2024 il gup di Roma aveva dichiarato il non luogo a procedere, riconoscendo agli imputati l’immunità diplomatica.
Zakia Seddiki, vedova dell’ambasciatore, ha ringraziato il pm e gli investigatori italiani per il lavoro svolto. Poi ha evidenziato la parte più dolorosa, quella che nessun procedimento può colmare: «Il dolore per il fatto che le mie adorate figlie stiano crescendo senza il loro straordinario papà». Seddiki ha scelto di non presentare opposizione alla richiesta di archiviazione – a differenza di quanto sarebbe intenzionato a fare il padre di Attanasio – e di non chiedere altri accertamenti perché, ha spiegato, un’ulteriore prosecuzione dell’indagine sarebbe «del tutto inutile» e non potrebbe alleviare quella sofferenza. È una decisione che non equivale a dimenticare. Al contrario, affida alla memoria ciò che il processo non è riuscito a stabilire. «Luca è caduto mentre serviva le Istituzioni del proprio Paese», ha ricordato. E proprio alla magistratura, «parte di quelle Istituzioni», ha riconosciuto di aver fatto quanto era nelle sue possibilità per accertare la verità su quel 22 febbraio 2021.
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