Al Bambino Gesù la scuola entra in corsia da 50 anni
di Antonio Fera
Quando studiare significa non smettere di immaginare il futuro. Le storie di Michelle e Giorgia e il lavoro di 80 docenti accanto ai ragazzi ricoverati

«Sono usciti i voti della maturità?». Quando riapre gli occhi dopo il trapianto di cuore, Michelle non chiede come sia andata l’operazione. Non domanda quanto tempo sia passato né quando potrà lasciare l’ospedale. Vuole sapere se sono stati pubblicati i risultati dell’esame di maturità sostenuto il giorno prima. Attorno al letto del Bambino Gesù medici e infermieri sorridono. Perché in quella domanda, pronunciata poche ore dopo un intervento che le ha cambiato la vita, c’è il senso di una storia lunga cinquant’anni: la scuola che continua anche quando la malattia rende incerto il domani. Ieri il Bambino Gesù ha celebrato mezzo secolo di “Scuola in Ospedale” con un convegno all’Auditorium Valerio Nobili di Roma. Un’esperienza iniziata nell’anno scolastico 1975-76 con due insegnanti e pochi bambini ricoverati al Gianicolo e diventata oggi una rete che coinvolge 80 docenti e oltre 4 mila studenti all’anno tra ricoveri e day hospital. Un modello pionieristico, poi diffusosi in tutta Italia.
Una storia lunga mezzo secolo
Nel video che apre la mattinata compare anche Sergio Mattarella durante una visita al Bambino Gesù nel 1989, quando era ministro della Pubblica istruzione. Accanto a lui, bambini e ragazzi impegnati nelle attività scolastiche in ospedale. Immagini che raccontano una cura che guarda non solo alla malattia, ma anche alla persona e al suo futuro. Assente per impegni istituzionali, il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara invia un messaggio letto dal presidente dell’ospedale, Tiziano Onesti, ricordando il piano da 20 milioni di euro destinato alla scuola in ospedale e all’istruzione domiciliare. Misura che, osserva la presidente della Rete nazionale Scuola in ospedale e istruzione domiciliare, Tiziana Catenazzo, dovrà essere accompagnata da un ulteriore lavoro sulla qualità degli interventi e sulla continuità educativa tra corsia e scuola di provenienza. «La rete nazionale sicuramente davanti a sé ha tantissimo lavoro da fare – precisa Catenazzo –. Però è vero che in termini di qualità degli interventi e di innovazione dobbiamo continuare a lavorare, soprattutto pensando al rientro a scuola dei ragazzi».
Michelle, la maturità e il cuore nuovo
Ma più dei programmi e delle relazioni, sono i volti e le voci dei ragazzi a spiegare che cosa significhi davvero portare la scuola in corsia. Michelle Arcangeli, 21 anni, racconta il lungo ricovero iniziato nel febbraio 2023. Quando si risveglia dal coma farmacologico scopre che il suo cuore non batte più autonomamente, che una gamba è stata amputata e che l’unica prospettiva è il trapianto. Per mesi vive tra terapia intensiva, esami e riabilitazione. Poi arrivano gli insegnanti, le lezioni online e l’incoraggiamento dei medici. Studia dal letto d’ospedale, sostiene la maturità e conclude l’orale poche ore prima che il cardiochirurgo entri nella stanza con la notizia attesa da mesi: «Michelle, è arrivato il cuore».
L’àncora di Giorgia
Accanto a lei c’è Giorgia Spada, 17 anni, arrivata al Bambino Gesù dalla provincia di Lecce. Una leucemia scoperta a 7 anni, il trapianto, gli anni della normalità ritrovata e poi la recidiva. Anche per lei la scuola in ospedale diventa un’àncora dentro la malattia: «Per un’ora dimentichi gli esami clinici e la paura. Ti concentri su altro e resti al passo con la tua vita».
Una terapia per l’anima
Lezioni, certo, ma anche relazione e speranza. «La scuola in ospedale è una terapia per l’anima», dice il pedagogista Raffaele Mantegazza. Per lo psicoanalista Massimo Ammaniti rappresenta invece «un ponte di speranza verso il futuro». Monsignor Carlo Maria Polvani, segretario del Dicastero vaticano per la Cultura e l’Educazione, richiama l’eredità del «patto educativo globale» lanciato da Papa Francesco e rilanciato da Papa Leone XIV.
La febbre degli esami
Dal 2000 a oggi l’ospedale del Papa ha seguito oltre 70 mila alunni. Negli ultimi cinque anni, 65 ragazzi hanno sostenuto gli esami di terza media o di maturità durante il percorso di cura. Cinquant’anni dopo l’arrivo dei primi insegnanti al Gianicolo, nelle corsie del Bambino Gesù continuano a convivere due febbri diverse. Quella che porta i bambini in ospedale e quella che, riprendendo una celebre pagina di Primo Levi, il pedagogista Raffaele Mantegazza chiama «la febbre degli esami». Forse è anche per questo che la scuola entra nelle corsie: perché, almeno per qualche ora, la febbre degli esami possa contare più di quella della malattia.
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