A salvare la prof di Bergamo è stato il coraggio di un altro alunno

Il 13enne si è messo davanti alla docente e ha messo in fuga il coetaneo che l'aveva accoltellata. Chiara Mocchi dimessa nel pomeriggio
March 30, 2026
A salvare la prof di Bergamo è stato il coraggio di un altro alunno
La professoressa Chiara Mocchi
«Solo il coraggio immenso di un altro mio alunno, anche lui tredicenne, che mi ha difesa rischiando la sua stessa vita, ha impedito il peggio». Chiara Mocchi, la professoressa accoltellata da un alunno mercoledì scorso a Trescore Balneario, parla nuovamente dal letto di ospedale per raccontare a tutti che in questa brutta storia c’è anche un protagonista positivo, finora rimasto dietro le quinte. Si tratta di un altro studente, coetaneo di colui che in caserma, dopo l’arresto, si è detto “dispiaciuto” per non essere riuscito ad ucciderla. Un giovane che non ha esitato ad affrontare il pericolo pur di difendere la docente a terra, ferita gravemente. «È un eroe» dice senza tanti giri di parole l’avvocato Lino Murtas, ex commissario di polizia. «Si è frapposto tra lei e l’aggressore, con il proprio corpo» spiega ad Avvenire il legale della professoressa di francese. E poi, per respingere la sua furia, ha usato le maniere forti. Gli ha sferrato dei calci, finché l’altro ha desistito ed è fuggito mentre a scuola si scatenava il panico. «Ha rischiato di prendersi delle coltellate anche lui, come mi ha riferito la mia assistita - ha spiegato Murtas -. Sono intenzionato a proporlo per una medaglia perché se le merita». Il ministro Valditara ha già invitato il giovanissimo a Roma.
L’insegnante, che nel pomeriggio di lunedì è stata dimessa, è tornata nuovamente su quegli istanti terribili: «Un alunno tredicenne confuso, trascinato e “indottrinato” dai social mi ha colpita all’improvviso, ripetutamente al collo e al torace con un pugnale». Parole nuovamente dettate «con voce ancora flebile» a quello che «ormai è il mio angelo custode», cioè l’avvocato Murtas. Poi la docente dà spazio ai ricordi che, a distanza di giorni, una volta elaborato almeno parzialmente il trauma, inizia a mettere a fuoco. La docente dice di aver subito «una potentissima emorragia, quasi un litro e mezzo di sangue perso in poco tempo». E ancora, altre istantanee da un incubo da cui sta lentamente riemergendo. «Un fendente arrivato a mezzo millimetro dall’aorta. Un foulard premuto sul collo, le mani tremanti di chi mi soccorreva, e quel torpore che avanzava rapido mentre la luce intorno a me diventava ombra, e l’ombra diventava addio. Poi, dal cielo, è arrivata l’eliambulanza del servizio Blood on Board». Mentre il velivolo si stacca da terra, Mocchi ha la lucidità di guardarsi attorno, di rendersi conto di quello che le sta succedendo. Con un’immagine che le resterà per sempre impressa negli occhi. «Mi hanno caricata in un istante. Nel momento del decollo, ho visto dall’alto le finestre della mia scuola: prima vuote, poi improvvisamente riempirsi dei volti dei miei amati ragazzi. Mi salutavano agitando le mani con disperazione, le lacrime agli occhi. Era come se volessero trattenermi ancora un po’ con loro. Ricordo una voce di donna, ferma e urgente: “Abbiamo pochi secondi, la stiamo perdendo, ora o mai più”». Istanti in bilico tra la vita e la morte, con le forze che improvvisamente vengono meno. «Poi la luce nei miei occhi si è spenta e ho sentito di sprofondare nel buio più profondo». Quando tutto sembra perduto, però, dentro di lei sente riaccendersi qualcosa. «E proprio lì, in quel buio, ho percepito la vita tornare indietro. Come se stesse rientrando lentamente nel mio corpo, attraverso le vene. Una voce maschile scandiva: “Ancora una sacca… presto, ancora una”. Era il sangue donato, quello che ricominciava a circolare nel mio cuore che riprendeva il suo ritmo».
Scampato il pericolo, l’insegnante di francese trova ancora il modo di rendere grazie, per la seconda volta, alla macchina sanitaria che l’ha soccorsa. E stavolta abbraccia anche i donatori di sangue, artefici nell’ombra di tante vite salvate. Tra cui c’è anche lo stesso avvocato Murtas, che aveva donato giusto il giorno prima. «Come lui, ci sono migliaia di persone anonime che offrono una parte di sé senza voler nulla in cambio. Gesti che sembrano piccoli, ma che diventano enormi quando salvano una vita». Segni del destino che si incrociano, capaci di scavalcare il male che l’ha affrontata in modo brutale e improvviso in un tranquillo corridoio di scuola media. Coincidenze profonde, come il fatto che proprio il padre sia stato il fondatore della sezione Avis-Aido della Val Cavallina. «Forse non immaginava che un giorno quella vita sarebbe stata proprio quella di sua figlia».

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