giovedì 11 agosto 2022
I poliziotti bulgari e greci si accaniscono contro chi cerca un futuro: pestaggi, umiliazioni e furti degli oggetti personali. «Ci hanno picchiato senza ragione, alcuni ridevano»
Migranti, da anni in fuga, sospesi in un limbo di povertà e soprusi tra Turchia ed Europa

Migranti, da anni in fuga, sospesi in un limbo di povertà e soprusi tra Turchia ed Europa - Ansa / Oxfam

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Quaranta chilometri di cammino solo con i calzini ai piedi, senza le scarpe, sottratte oltrefrontiera durante il respingimento. Nessuno le ha più ridate a Yassine, cittadino tunisino di 49 anni, né agli altri che con lui avevano tentato di attraversare illegalmente il confine turco per entrare in Bulgaria. Intercettati e ricacciati indietro, hanno patito dalla polizia bulgara il trattamento che da anni i richiedenti asilo vanno descrivendo.

Da aprile Yassine ci ha provato tre volte. In tutte e tre è stato picchiato. Ora negli occhi ha l’espressione di chi non si spiega tanta violenza, incredulo che quella sia l’Europa. «Potrebbero dirci che siamo illegali e che perciò non ci fanno passare, ma che bisogno c’è di picchiare la gente? Perché farla spogliare, derubarla di tutto, anche delle scarpe?».

L’appuntamento con lui è all’ombra del porticato della Eski Cami, la moschea vecchia della città di Edirne, punta estrema della Turchia nord occidentale, a un passo dal confine con Grecia e Bulgaria, da anni tappa obbligata di chi percorre la rotta migratoria orientale cercando di entrare in Europa via terra. Da questa placida cittadina passano afghani, siriani, nordafricani, subsahariani. Quelli giunti in Grecia, dopo innumerevoli tentativi, sono 3.200 da gennaio. Erano stati 4.800 nel 2021, ma 14.800 nel 2019. I respingimenti, agli occhi di chi li compie, devono apparire efficaci.

«Eccole le nostre storie» ci dicono ragazzi di varie nazionalità, fuori da una tavola calda di Edirne. Si sollevano gli orli di pantaloni e magliette per mostrare i segni dei morsi dei cani della polizia bulgara, le manganellate di quella greca. «Nell’ultimo tentativo mi hanno preso lo zaino, i soldi e la giacca. È qualcosa che fa male, no? Poi avevano i cani. Non erano solo bulgari, tra gli agenti c’era chi parlava tedesco e polacco. Ci hanno picchiato senza ragione, alcuni ridevano. L’Unione Europea troverà una soluzione? La sentite la sofferenza delle persone?», riprende con le domande incalzanti Yassine.

Sul versante greco, stessi rischi, uguale pericolo. Questa è la frontiera in cui a febbraio 19 uomini semisvestiti sono stati trovati morti congelati. La Turchia ha accusato Atene di averli respinti lasciandoli senza abiti, ma per i greci è solo «falsa propaganda». Dei respingimenti verso la Turchia riferiscono da anni Ong e stampa.

Il 30 giugno la commissaria Ue agli Affari Interni Ylva Johansson ha avvertito la Grecia che le «deportazioni violente e illegali» devono cessare. Già a ottobre era intervenuta in una plenaria della Commissione: «La violenza ai nostri confini non è mai accettabile. Soprattutto se è strutturale e organizzata». Peccato che le parole non bastino, e i respingimenti continuino. A fine luglio, per giunta, sono emersi i dettagli di un rapporto “riservato” dell’Olaf, l’ufficio antifrode dell’Unione, in cui si documenta il coinvolgimento dell’agenzia europea Frontex nelle attività illegali della guardia costiera greca.

Ci raggiunge alla moschea anche Firas, siriano di Deraa, che oltre il confine non è mai arrivato. «La polizia turca mi ha catturato prima, e mi ha trattenuto in un campo per 65 giorni. Gli agenti turchi non si prendono soldi né vestiti, ma sono duri durante le detenzioni». All’ingresso della pensione dove alloggia incontriamo Amredka, un giovane somalo con un occhio gonfio e un taglio sopra lo zigomo. «È stata la polizia di frontiera», sussurra. «Sono qui da un anno e mezzo e non so più quante volte ci ho provato. Almeno nove, senza trafficanti. Quelli vogliono soldi, noi non li abbiamo. Perché dev’essere così difficile?».

Chi ha denaro si affida a contrabbandieri che da Istanbul garantiscono il trasporto a bordo di van. È l’esperienza di Wassim, afghano di Herat. Dopo cinque anni in Turchia, ne ha abbastanza di pregiudizi e vessazioni. «Se lavori vieni pagato la metà dei locali. A volte non sei considerato nemmeno un essere umano». Il 13 luglio ha raggiunto altre 35 persone in un cimitero di un sobborgo di Istanbul, punto d’incontro con il trafficante. 1.800 euro per arrivare oltreconfine, 3.500 per un posto sicuro in Grecia. Con 10 o 12mila euro (per le bustarelle ad agenti corrotti) ci si imbarca su navi dirette in Italia. Wassim, però, non possiede tanto denaro. «Alle 3 del mattino eravamo a Edirne. Una guida a piedi ci ha condotti al fiume (Evros, il confine, ndr). Lì abbiamo atteso le barche, piccole, a remi. Ci hanno trasportato a due a due».

Una volta di là, i trafficanti hanno indicato il punto della boscaglia da cui passare, fino a una radura. «Ma messo piede allo scoperto si è acceso un faro, e la polizia greca è venuta fuori. Abbiamo fatto marcia indietro, ma alle nostre spalle sono comparsi altri poliziotti. È stata un’imboscata». Agenti «con la bandiera greca sulle spalline e i passamontagna» hanno iniziato il pestaggio.

«Con i manganelli, il calcio dei fucili, gli stivali. È rimasto coinvolto anche un bambino di 7 anni» prosegue Wassim. «Poi, hanno fatto spogliare nudi gli uomini, senza biancheria. Hanno lasciato vestite le donne, ma per perquisirle infilavano le mani dappertutto». Via i soldi, i gioielli, ciò che aveva valore. «Siccome alcuni cuciono il denaro all’interno degli indumenti, i poliziotti hanno tagliato i tessuti con un coltello. Ci hanno persino detto di aprire la bocca, e hanno guardato dentro».

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