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Violenza in nome della religione: in Rete le parole di due arcivescovi

Guido Mocellin domenica 4 gennaio 2015
Ho già sottolineato, qui, come le cronache e le riflessioni intorno alla violenza esercitata in nome della religione compaiano regolarmente tra gli argomenti più presenti sui principali media ecclesiali digitali, con percentuali medie intorno al 10%. Segno di un interesse reale per un fenomeno grave. Non fanno eccezione le ultime 48 ore, nel corso delle quali ho potuto catalogare sotto questa etichetta un link ogni sei.L'attualità offriva due spunti, dei quali uno solo "forte" secondo i criteri della notiziabilità. Parlo dell'immagine che ritrae nella loro prigionia le due volontarie italiane rapite in Siria a fine luglio (si chiamano Greta Ramelli e Vanessa Marzullo, e non «Greta» e «Vanessa»: non vengono da un reality show…), su cui l'arcivescovo di Ferrara monsignor Negri ha costruito, sulla NBQ ( http://tinyurl.com/qbt5xcj ), un ragionamento fortemente identitario, in senso nazionale prima che religioso.Sì, perché la chiave identitaria è prevalente nell'assidua vigilanza che quella testata compie su tali argomenti, anche a rischio di confermare, secondo un meccanismo tipico della comunicazione di massa, quelli che pensano che sia impossibile, per la «civiltà cristiana», sottrarsi allo scontro violento, armato con la «civiltà islamica».Il secondo spunto d'attualità racconta che invece un altro approccio è possibile. Come riportano sia Avvenire, sia il blog "Sperare per tutti" ( http://tinyurl.com/mqfqoyk ), in una delle più grandi diocesi del mondo, Colonia, l'arcivescovo cardinal Woelki ha preso vistosamente le distanze da una marcia organizzata dagli attivisti anti-islam «Patrioti contro l'islamizzazione dell'Occidente» (Pegida): lascerà spente, durante il corteo, le luci della cattedrale. In tal modo, ha spiegato il decano della cattedrale, «vogliamo far sì che coloro che partecipano alla marcia si fermino e pensino. È una sfida: considerate a fianco di chi state marciando».