Opinioni

L'invito del Papa sfida le propagande. Tutti i poveri ci riguardano

Maurizio Ambrosini giovedì 30 maggio 2019

Spesso la sollecitudine nei confronti dei migranti viene artificiosamente contrapposta alla solidarietà verso altri emarginati e all’attenzione verso altre situazioni di fragilità. Come se interessandosi di stranieri bisognosi si togliesse qualcosa ai poveri di casa nostra. In questa fase storica, ormai lo sappiamo, più di qualcuno congiura per contrapporre fra loro i gruppi disagiati, le urgenze degli uni alle necessità degli altri, i diritti derivanti dalla cittadinanza nazionale contro i diritti umani universali. L’ostilità verso gli 'immigrati', intesi come sinonimo di stranieri poveri, può ammantarsi di vicinanza agli italiani in difficoltà e alle periferie disagiate. Di solito meramente retorica, ma non meno martellante.

Da certi pulpiti si insinua anzi che la Chiesa si interessi troppo dei migranti trascurando i bisognosi nazionali. È vero il contrario, ma la propaganda incessante riesce a fare regolarmente vittime… Il messaggio di papa Francesco per la giornata mondiale del migrante e del rifugiato affronta con coraggio anche questo nodo. Fin dal titolo: «Non si tratta solo di migranti». Questa frase ricorre otto volte nel testo, declinata secondo varie dimensioni. Il punto focale è il posto decisivo che ha oggi l’accoglienza nei confronti di questa porzione dell’umanità per la qualità della nostra convivenza sociale e al fondo della nostra civiltà: «Interessandoci di loro, ci interessiamo anche di noi; prendendoci cura di loro, cresciamo tutti». Il messaggio non per caso riprende diversi temi portanti dell’insegnamento sociale del Papa. Anzitutto la «globalizzazione dell’indifferenza», che fa dei migranti l’emblema dell’esclusione. Poi la «cultura dello scarto», che emargina chi non rientra nei canoni del benessere fisico e sociale. Quindi il «senso di paura» che ci priva del desiderio e della capacità di incontrare l’altro.

Per contro avere compassione significa «dare spazio alla tenerezza », un atteggiamento molto caro al Papa. Mentre guadagnano terreno gli slogan che rivendicano la priorità assoluta degli interessi del proprio gruppo sociale, Francesco non esita ad affermare che il vero motto del cristiano dovrebbe essere «prima gli ultimi!». Nello stesso tempo i quattro verbi che il Papa è solito indicare come pietre miliari della solidarietà verso i migranti, ossia accogliere, proteggere, promuovere e integrare, non valgono solo per loro: esprimono la sollecitudine della Chiesa verso tutti gli abitanti delle «periferie esistenziali», un altro termine su cui il Papa ha molte volte insistito. Si istituisce quindi un’alleanza anziché una contrapposizione tra i gruppi sociali svantaggiati, un’esortazione a camminare insieme anziché prestarsi al gioco della guerra fra poveri.

Ecco perché la causa dei migranti è decisiva per il presente e il futuro della famiglia umana. Attraverso di loro, dice Francesco, «il Signore ci invita a riappropriarci della vita cristiana nella sua interezza». Anche il finale propone un tema che non sembra casuale, alla luce di un dibattito che ben conosciamo. Il Papa conclude invocando l’intercessione della Vergine Maria, Madonna della strada, non solo su tutti i migranti e i rifugiati del mondo, ma anche verso coloro che si fanno loro compagni di viaggio. Il pensiero corre alle campagne di discredito verso chi soccorre e aiuta i migranti, alla criminalizzazione della solidarietà. Il Papa, con discrezione e chiarezza, ci comunica da che parte dovrebbero stare i cristiani. Ed è bello pensare a tutti gli operatori di pace e di giustizia, quale che sia il loro credo, riuniti insieme ai migranti sotto lo sguardo amorevole della madre di Dio.

Sociologo, Università di Milano e Cnel