Opinioni

La buona sanità che serve all’Italia. Tre domande a tutti i partiti

Silvio Garattini sabato 10 settembre 2022

Il dibattito politico riguardante le prossime elezioni è giustamente orientato a trovare soluzioni per il problema 'energetico', di certo fondamentale per il futuro economico e sociale del Paese. Tuttavia altri settori non sono meno importanti. Quello della salute è fondamentale per definizione e anche per la nostra economia. Tuttavia sulla salute l’impressione è che le idee non siano molto chiare e che i partiti o le coalizioni siano orientati a utilizzare frasi generiche senza avere il coraggio di prospettare soluzioni necessarie anche se magari impopolari. Da queste colonne, perciò, vorrei proporre tre domande nella speranza che qualcuno tra coloro che si candidano a rappresentare e governare il Paese esprima possibili soluzioni.

Prima domanda: 'Cosa si propone per fare in modo che il Servizio sanitario nazionale risponda alle richieste di salute della popolazione?'. Faccio riferimento al fatto che ancora oggi il diritto alla salute è legato alle risorse economiche del cittadino. La presenza dell’intramoenia (cioè i servizi a pagamento resi dai medici ospedalieri come liberi professionisti, fuori dall’orario di lavoro) differenzia i cittadini. Chi è benestante o usufruisce di particolari assicurazioni risolve rapidamente le sue esigenze di visite o di esami, mentre le persone di più basso livello socio-economico devono aspettare anche mesi nelle liste d’attesa.

Inoltre, non tutti i cittadini hanno eguali diritti per le cure. Gli ammalati delle 7.000 malattie rare sono abbandonati perché all’industria non interessa fare ricerca 'antieconomica', come pure lo Stato non finanzia questo tipo di ricerche in modo adeguato. Non solo: anche gli anziani e le donne sono penalizzati perché gli studi clinici controllati da cui dipendono dosi e tempi di terapia vengono condotti prevalentemente su maschi adulti. Seconda domanda: 'Come si vuol risolvere il problema della mancanza di medici e infermieri ormai preoccupante in molte parti del Paese?'.

Si calcola che manchino circa 65.000 infermieri e almeno 10.000 medici. La discussione è prevalentemente centrata sull’abolizione del numero chiuso per l’ammissione alle scuole di medicina. È una valutazione errata perché in realtà mancano le scuole di medicina che sono già insufficienti per ospitare e formare gli attuali studenti. Inoltre mancano i giovani, perché circa vent’anni orsono avevamo 1 milione di diciottenni mentre oggi ne abbiamo solo 400mila. Non solo: i medici e gli infermieri emigrano o vanno nella sanità privata perché nella sanità pubblica sono sottopagati rispetto alla media degli stipendi europei. Nel frattempo, come aumentare la produttività di medici e infermieri?

Bisogna assumere i medici di medicina generale, pagare gli straordinari, concentrare più medici e infermieri nelle stesse strutture. Terza domanda: 'È chiaro a tutti che la medicina del territorio ha bisogno di una nuova organizzazione. Come fare?'.

Abbiamo in questo senso le risorse che derivano dai fondi europei. Attenzione, tuttavia, a non spenderli nel modo più facile, attraverso i cantieri edilizi. Come è possibile pensare di fare 400 Ospedali di comunità e più di un migliaio di Case della comunità senza indicare con quale personale e con quali compiti, lasciando al contempo sul territorio anche i medici di medicina generale? Si dovrebbe concentrare tutto sulle Case di comunità mettendo insieme più medici con una efficiente segreteria informatizzata, con infermieri, pediatri di famiglia, psicoterapeuti, per tenere aperti gli ambulatori sette giorni alla settimana.

Le Case di comunità dovrebbero inoltre avere a disposizione apparecchiature per le analisi di routine e telemedicina. Si dovrebbero raccordare con i servizi sociali e con i volontari del Terzo settore per realizzare un efficiente servizio a domicilio. Le Case della comunità non si costruiscono mettendo targhe, ma con il tempo, e soprattutto ascoltando i bisogni dei cittadini. Sarebbe bello se la campagna elettorale invece di procedere per slogan e attacchi personali si potesse concentrare su una discussione su questi temi coinvolgendo i cittadini. Forse più persone acquisterebbero più interesse, fiducia e perciò più volontà di partecipare alle votazioni. È un sogno?

Fondatore e presidente dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri Irccs